Untamed, recensione: un thriller Western che sembra prendere spunto dal mondo dei videogiochi

Untamed è una miniserie thriller del 2025 disponibile su Netflix e con protagonista quell’Eric Bana che il pubblico ha già potuto ammirare sul grande schermo nei panni dell’Hulk dei primi anni 2000 e dell’Ettore di Troy.

I 6 episodi dello show raccontano dell’indagine sulla misteriosa morte di una ragazza in seguito alla caduta da una parete rocciosa del Parco di Yosemite, suggestiva ambientazione in cui si svolgono le vicende.

Creata da Mark L. Smith ed Elle Smith, l’opera porta gli spettatori all’interno di una storia fatta di intrighi nascosti tra le bellezze della natura incontaminata di uno dei luoghi più selvaggi della California e del continente nordamericano.

Dopo aver condiviso la nostra spiegazione del finale di Untamed, torniamo a occuparci del prodotto distribuito dalla piattaforma dalla N rossa per analizzarne pregi e difetti a livello tecnico e contenutistico.

Untamed
Untamed recensione
Eric Bana
Netflix
Thriller
Western

La trama di Untamed

Nel Parco di Yosemite la caduta e la conseguente morte di una ragazza dalle pendici della montagna El Capitan fa scattare le indagini di rito a proposito delle cause della tragedia che rischia di sconvolgere gli equilibri e la reputazione del territorio.

Convinto del fatto che possa esserci dietro qualcosa di più di un suicidio o di un incidente, e sostenuto in questa convinzione da una ferita da arma da fuoco sulla gamba della donna, Kyle Turner, agente federale di stanza sul luogo inizia a scavare per trovare tracce sull’identità della giovane e sui suoi ultimi momenti di vita.

Le investigazioni porteranno alla luce l’operato di una rete criminale che opera nel parco mentre il protagonista sarà chiamato a gestire le proprie emozioni e la propria esistenza, ancora turbate dalla violenta perdita del figlio, avvenuta ormai sei anni prima.

In un crescendo di segreti sempre più torbidi che affiorano in superficie, Kyle e la sua assistente, Naya, si avvicineranno sempre di più alla verità sulla morte della misteriosa Jane Doe fino a dover mettere a rischio qualunque cosa nel tentativo di giungere alla verità.

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Sopravvivere al dolore e fuggire dal mondo

Untamed è una miniserie centrata sul proprio focus dall’inizio alla fine: l’indagine principale, che verrà risolta definitivamente soltanto nell’ultima parte del sesto episodio, sarà in questo senso utile a mettere sul piatto tutta una serie di altri intrighi che da tempo condizionano la vita nel parco.

La riflessione sul fatto che la natura selvaggia possa in qualche modo mutare anche il comportamento dell’uomo si affianca, quasi in maniera paradossale, alla discussione su come un tale stato di isolamento dal mondo esterno possa rappresentare un rifugio, una via di fuga o una vera e propria salvezza.

Nelle stesso momento vengono proposti i temi (sempre più elaborati dai prodotti hollywoodiani) della perdita e della necessità di sopravvivere al dolore e di superare il trauma, in un racconto che viene percepito e compreso dallo spettatore più che spiegato da una sceneggiatura che lascia parlare le azioni e le reazioni dei personaggi.

Il ritmo lento della storia, sostenuto dai bellissimi paesaggi dell’ambientazione, viene accelerato soltanto in pochissime situazioni in cui la tensione diviene quasi insostenibile, in un’azzeccatissima altalena tra stasi e azione che tiene alta l’attenzione senza esagerare in una direzione o nell’altra.

L’intreccio del mistero, pur senza essere troppo arzigogolato regala dei plot twist interessanti riuscendo a rimanere in una narrazione coerente e che non necessiti di strani artifici o di improbabili salti nel vuoto.

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Quando la tv prende spunto, nel migliore dei modi, dai videogiochi

L’aspetto tecnico di Untamed, nonostante la scrittura non sia affatto da disprezzare, riesce a innalzare il livello della produzione rispetto alle tante serie dello stesso genere che stanno proliferando sulle diverse piattaforme.

In particolare, il registro stilistico adottato da Thomas Bezucha, Nick Murphy e Neasa Hardyman trasporta in un racconto dai toni da open world videoludico in grado di trasformarsi, sporadicamente, in una specie di FPS con attori in carne e ossa.

Questa precisa scelta, sfrutta egregiamente uno dei punti forti dell’opera per trasformare l’esperienza visiva in qualcosa di leggermente differente rispetto al solito: la cornice del Parco di Yosemite, con la sua bellezza selvaggia, i suoi luoghi inesplorati, gli incontri improvvisi con la fauna del posto e l’incredibile varietà di segreti e personaggi secondari sembra infatti perfetta per rimandare a titoli quali Red Dead Redemption o The Last of Us.

Molto positiva la prova del cast e in primo luogo di Eric Bana, del tutto a suo agio nel ruolo del dannato a un passo dall’insano gesto e dall’animo duro come la scoscesa e maestosa parete verticale di El Capitan.

A supporto di tutto il resto, una colonna sonora che serve soltanto da appoggio alle immagini, una fotografia che rimane ben bilanciata sia nelle scene diurne che in quelle in notturna e un montaggio rifinito anche nei momenti d’azione.

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Una serie che si lascia guardare tutta d’un fiato

In definitiva Untamed è una miniserie assolutamente riuscita e che ci sentiamo di consigliare agli amanti del thriller così come a coloro che preferiscano una narrazione più ariosa rispetto alle atmosfere tipiche del genere.

Uno show i cui sei episodi scorrono piacevolmente e in cui la scrittura non si perde cercando colpi di scena poco credibili o che rischino di minare la continuità del racconto e in cui la straordinarietà dei paesaggi e delle scenografie è accompagnata da una recitazione solida e di livello.

L’idea di costruire un western moderno adattando situazioni e ritmi nella direzione della vicenda rende il prodotto acquisito da Netflix un viaggio gustoso e certamente meritevole da scoprire per l’ampio pubblico del servizio di streaming.

Voto: 7.5/10

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