Fin dal suo esordio e poi nel corso degli anni, attraverso tutti i suoi episodi e le sue stagioni, Black Mirror (disponibile su Netflix) è divenuta l’emblema contemporaneo di un certo tipo di fantascienza premonitrice e capace di mettere in guardia contro le possibili derive sociali delle più moderne tecnologie.
La discussione narrativa relativa a pericoli di questo tipo è sempre stata, in effetti, uno dei focus principali del genere tanto in ambito letterario quanto in quello cinematografico, evidenziando l’attenzione dei vari autori verso quello che potrebbe riservare il futuro.
Nonostante le differenze stilistiche e di medium, anche uno dei grandi cantautori che ha segnato la storia della nostra scena musicale, Francesco Guccini, si è spesso dimostrato sensibile al tema raccontando, a modo suo, le incertezze e i timori derivanti dai grandi cambiamenti dei costumi e delle capacità tecniche della società.
Dopo aver proposto la nostra spiegazione del finale e degli argomenti di Come un Giocattolo, settima puntata di Black Mirror 7, andiamo dunque a scoprire in quali canzoni e in che modo il modenese ha saputo e voluto esprimere il suo pensiero in tale direzione.

La fantascienza distopica e l’ansia e le prospettive per il futuro nei testi di Francesco Guccini
Francesco Guccini è senza dubbio uno degli autori più colti, profondi e attenti di quella vecchia scuola musicale italiana in grado di sfornare capolavori che hanno recepito, formato e influenzato il pensiero e le ideologie di intere generazioni cresciute ascoltando i loro brani.
In questo senso, non c’è da stupirsi che Il Primo che ha Studiato abbia sempre trovato interessante e utile raccontare, nel suo modo disilluso ma quasi mai cinico, i grandi cambiamenti disruptivi del proprio mondo e della comunità più in generale per manifestare il suo punto di vista sulle questioni.
La sua bravura nel costruire personaggi che incarnino un punto di vista ben determinato e la sua accuratezza nel comprendere e nello studiare i comportamenti e le dinamiche dei singoli e della collettività e ad esporli attraverso uno storytelling del tutto peculiare hanno segnato la produzione del Guccini cantante e scrittore lungo una carriera decennale e ricca di successi e spunti di riflessione.
Anche le paure in merito al futuro e ai mutamenti della società, come già detto, hanno in più occasioni ispirato il lavoro di un artista che è riuscito a esplorare materie tanto complesse con lo stesso piglio poetico, sognatore e concreto che lo ha sempre caratterizzato.
Dalla nostalgia per il passato e quello che è stato, alla consapevolezza della nuova realtà che si va formando e fino alle considerazioni sulla pericolosità o sulle opportunità insite nelle nuove e sconosciute frontiere, le canzoni di Guccini che analizzano i cambiamenti tecnologici riescono a trasmettere immagini nitide, concrete e dalla forza cinematografica.

Il Vecchio e il Bambino
Il Vecchio e il Bambino è probabilmente il pezzo di Guccini che si affaccia al racconto del timore per il futuro nella maniera più poetica ed emozionante: pubblicato nel 1972 all’interno dell’album Radici, il brano racconta della passeggiata mano nella mano di un anziano e di un bambino immersi in un paesaggio che, agli occhi del Vecchio, pare ormai quasi apocalittico.
I ricordi dell’uomo del paesaggio che fu, condivisi con il piccolo, suscitano in lui tristezza e malinconia e un curioso stupore nel Bambino, la cui risposta che chiude la canzone rende alla perfezione il gap tra i due e l’impossibilità di capire l’universo dell’altro.
I versi di Il Vecchio e il Bambino possono essere considerati universali nell’identificare quello spazio vuoto che intercorre tra due generazioni distanti soltanto qualche decennio, soprattutto in un contesto, come quello del ventesimo secolo, in cui lo scenario ha continuato a modificarsi in maniera constante e rapidissima.
Bisanzio
Filemazio, protagonista e narratore di Bisanzio, è un uomo che si accorge di invecchiare quando, nonostante la propria saggezza e gli studi portati avanti, comincia a non riuscire più a stare dietro al mondo che sta andando avanti.
Nel suo lungo monologo, il personaggio esprime tutto il suo disagio nell’accorgersi dei costumi che cambiano, degli equilibri che si spostano e del terribile destino di invecchiare in una realtà che finisce per non appartenergli.
Per quanto non ci siano riferimenti a innovazioni, il malessere di Filemazio di fronte alla nuova Bisanzio è certamente sintomo del tempo che è passato in abusi e ozi, ma, nondimeno, è il riflesso di come ci si inserisca con difficoltà in una società che non riconosca.
La Locomotiva
La Locomotiva è una delle canzoni più celebri di Guccini: foriero di emozioni ribelli e rivoluzionarie, il testo delinea la tragica storia (tratta da un fatto realmente accaduto) del macchinista di una moderna locomotiva a vapore che, in un atto di follia o consapevolezza, prova a vendicare le ingiustizie sociali cercando di scontrarsi con la sua Bomba contro un treno di lusso e pieno di signori.
L’Eroe della composizione, per quanto sconosciuto al narratore, è il simbolo della rivolta popolare al pari della macchina, prodigio della scienza e metafora di un nuovo potere dato inconsciamente in mano al popolo arrabbiato e stanco di essere relegato a servire.
Anche in questo caso, i cambiamenti sociali mischiati alla nascita di nuove ideologie e a un avanzamento tecnico difficile da concepire e capire fino in fondo sono il racconto vivido e sentito di come il progresso possa cambiare il quadro d’insieme e l’armonia della società.
Noi Non Ci Saremo
L’incubo del conflitto nucleare messo in musica e parole da un cantautore ancora giovane che stava vivendo i momenti più tesi della Guerra Fredda e la minaccia che pareva imminente di un’escalation fatale.
La mutua distruzione assicurata si trasforma per Guccini nella descrizione di un mondo devastato dall’essere umano e pronto, dopo una lunga sofferenza a rinascere, in sua assenza, in un nuovo inizio ugualmente magnificente.
L’idea della gigantesca sfera di fuoco pronta a inghiottire tutto in un attimo tanto veloce da non consentire a nessun grido di levarsi in tempo prima dell’estinzione è un dipinto del terrore e in qualche modo della reverenza nei confronti dell’arma vissuti in quegli anni complicati a causa di un progresso che si sarebbe potuto trasformare in una tragedia senza pari.
L’Atomica Cinese
Stesso tema di Noi Non ci Saremo per una canzone che prende ispirazione dal primo test atomico da parte della Cina, nel 1964 nei pressi del Lop Nur: in questo caso il racconto dell’esplosione, meno annientatrice di quella del brano pubblicato nello stesso album, Folk Beat N.1, si focalizza sulle ripercussioni che l’ambiente e l’uomo avrebbero vissuto negli anni a venire.
L’innaturale nuvola rossa che viaggia con il vento e della pioggia che diventa veleno e che non porta con sé alcun arcobaleno si traduce in una cantilena che nella sua monotonia trova significato e significante.
La potenza dell’ordigno si palesa in qualcosa capace di passare sopra a secoli di storia e di pensiero e di coprire tutto, senza soluzione di continuità sottolineando come il frutto della tecnologia possa stravolgere tutto quanto.
Mondo Nuovo
Brano scritto dal fratello di Francesco, Pietro, e modificato dal Maestro per essere inserito nell’album Amerigo del 1978, Mondo Nuovo si approccia all’idea di una realtà in continua transizione e di un’umanità sempre in evoluzione in una direzione sconosciuta.
La società sta cambiando sotto gli occhi del cantautore, tra schede cifrate e città sempre più centrali e destinate a mettere in secondo piano qualsiasi individuo che non può far altro che accettare di riuscire a decifrare soltanto il presente.
Il futuro e la coscienza di cosa significherà la venuta dell’Uomo Nuovo non appartengono a nessuno, mentre, al contrario, interessa tutti il rischio di rimanere indietro e di soccombere a nuovi dei e nuove tecnologie.
