Una Vita Onesta, recensione: uno studente di legge alla scoperta dell’anarchia

Una Vita Onesta, film svedese del 2025 distribuito su Netflix e ispirato al romanzo omonimo del 2022 di Joakim Zander, è un thriller nordico che, sulla falsariga di quanto già visto in altri prodotti del genere (come Delicious), cerca di raccontare il conflitto sociale in atto nelle nostre comunità e che da anni sembra ormai in procinto di esplodere definitivamente.

L’opera diretta da Mikael Marcimain si configura nella narrazione della disavventura di uno studente che si ritrova coinvolto nello scontro di due mondi assolutamente distinti e obbligati a vivere sotto lo stesso cielo.

Dopo aver condiviso la nostra spiegazione del finale di Untamed, altro prodotto disponibile sulla piattaforma dalla N rossa, vi lasciamo alla nostra recensione di Una Vita Onesta.

Una Vita Onesta
Una Vita Onesta recensione
Netflix
Thriller

La trama di Una Vita Onesta

Simon è un aspirante scrittore che, rendendosi conto di non avere nulla di interessante da proporre su carta, decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza di Lund per migliorare le proprie prospettive future.

Il poco interesse per la materia e l’incontro casuale con Max, una giovane anarchica che lo presenta ai suoi amici, porteranno il protagonista a intraprendere una strada tanto emozionante quanto pericolosa nel tentativo di concretizzare con i fatti i pensieri e gli ideali che lo guidano.

Mano a mano che si addentrerà nella tana del Bianconiglio, la situazione si farà sempre più ambigua e Simon sarà costretto a pagare sulla propria pelle il costo carissimo di ogni scelta sbagliata.

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Di anarchia, privilegi e ignavia narrativa

Il film di Marcimain si prende in carico di portare in scena gli attriti tra classi e ideologie che hanno segnato gli ultimi due secoli e che continuano a rinnovarsi nella forma e nella sostanza anche in quei paesi relativamente tranquilli come quello scandinavo.

Nel farlo, il filmmaker cresciuto a Stoccolma prova ad adottare un punto di vista neutrale, mettendo in risalto le ragioni del gruppo di Max senza dimenticare di sottolineare le contraddizioni che caratterizzano le azioni dei ragazzi.

Tra poesie e versi ripetuti come mantra e che sembrano essere più che altro utili ai ragazzi per giustificare gli atti che si ritrovano a compiere e gesti odiosi e parole di disprezzo della controparte che vive in un ambito di privilegio assoluto, l’intenzione pare essere quella di mettere il personaggio di Simon nella condizione di essere sempre e comunque fuori contesto.

Il concetto del thriller è relativamente semplice e si sviluppa in una specie di heist movie con le vibes di Trainspotting ma privo della stessa forza espressiva e dello stesso coraggio del cult di Danny Boyle.

La scrittura è lineare e abbastanza credibile anche se a volte un po’ forzata negli avvenimenti e conduce il pubblico dal punto A al punto B costruendo alcuni momenti di tensione ben riusciti che sconvolgono l’atmosfera della storia.

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Una recitazione solida e un’ottima colonna sonora

A livello tecnico, Una Vita Onesta si distingue per la sua capacità di alternare momenti molto sobri ad altri dal sapore più psichedelico e irrazionale, sfruttando anche a livello di regia lo scorrere degli eventi sullo schermo.

Interessanti anche i colori scelti, saturi e acidi, e l’idea di utilizzare un’apertura focale che si concentri molto sul punto centrale dell’immagine creando un senso di disorientamento che si sposa bene con il clima del film.

Assolutamente azzeccata la scelta delle musiche e la progettazione del montaggio sonoro che diventa assoluto protagonista del momento più forte a livello emotivo e che aiuta a mantenere e ad accentuare la tensione di cui abbiamo discusso precedentemente.

Tutti gli attori sono infine ben inseriti nei propri ruoli : un particolare plauso, in questo caso, va fatto a Simon Lööf, perfetto nella parte del ragazzo disilluso e ingenuo che finisca per mettersi nei guai intrappolato in una sorta di valanga a cui a un episodio e a una circostanza ne seguono altri sempre più gravi e pesanti da sopportare.

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Un thriller nordico interessante ma poco incisivo

Una Vita Onesta è un prodotto che riesce a intrattenere per le varie implicazioni che coinvolgono i personaggi ma che fallisce nel suo tentativo di offrire una discussione su quello che sarebbe dovuto essere il tema principale dell’opera.

Anche il finale, nonostante la tanta carne messa sul fuoco, pare poco deciso e quasi inconcludente lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca e la necessità di immaginare e costruire da sé la risoluzione del dramma.

In conclusione, il film scritto da Linn Gofftridsson, pur godendo di spunti di riflessione interessanti e di un lavoro tecnico di tutto rispetto, manca di forza in quello che sarebbe potuto e dovuto essere il suo punto di forza finendo per rischiare di perdersi nel mare del catalogo di Netflix.

Voto: 6/10

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