Keep Breathing è una miniserie thriller in 6 puntate del 2020 creata e sceneggiata da Martin Gero e Brendan Gall, prodotta da Warner Bros., distribuita dalla piattaforma di streaming dalla N rossa e ambientata nella natura selvaggia del Canada occidentale.
Protagonista della vicenda è Liv, interpretata da Melissa Barrera, un’avvocata che, dopo essere sopravvissuta a un incidente aereo nel mezzo di una foresta, deve trovare il modo per mantenersi viva e ritornare alla civiltà.
Dopo aver condiviso la nostra spiegazione del finale e degli intrecci di Untamed, torniamo a occuparci di un prodotto targato Netflix per proporre la recensione e l’analisi dei temi dell’opera diretta in egual misura, 3 episodi ciascuna, da Maggie Kiley e Rebecca Rodriguez.

La trama di Keep Breathing
Liv è un’avvocata tenace, dedita al lavoro e solitaria: a causa della cancellazione all’ultimo minuto del suo volo verso il Canada, decide di chiedere l’aiuto di due sconosciuti diretti nella sua stessa zona con un piccolo aereo privato.
Quando il velivolo precipita all’interno di uno specchio d’acqua nel pieno della vegetazione uccidendo il pilota e ferendo a morte l’altro passeggero, la donna resta sola in mezzo al nulla potendo fare affidamento soltanto sul proprio istinto di sopravvivenza.
In un’avventura contro il tempo e contro i pericoli di quei paesaggi incontaminati, Liv si trova a compiere un viaggio di riscoperta di se stessa e di autoanalisi della propria vita e di tutti i traumi e gli eventi che l’hanno formata nel corso degli anni rendendola cinica e solitaria.

Un dramma sull’abbandono, sulla depressione e sulla complessità dei rapporti umani
A margine del racconto del tentativo di uscire viva dalla foresta in cui Liv è intrappolata, Keep Breathing tratta in maniera approfondita il tema della difficoltà di venire a capo di ferite psicologiche subite in tenera età e delle conseguenze di un disturbo subdolo e oscuro come la depressione.
Il rapporto tra Liv e i suoi genitori, e in particolare con sua madre, rappresenta il fulcro della narrazione e della spiegazione per capire come la ragazza sia diventata quello che è mentre continua a portare sulle spalle il peso dell’abbandono e del timore di diventare come la sua genitrice.
Allo stesso tempo, i contatti con la natura e con i bisogni primari legati alla sopravvivenza fisica, per quanto forzati, diventano un modo per scoprire una nuova se stessa e per trovare la forza di abbandonarsi alla vita per quello che sarà, fidandosi del proprio istinto e costringendosi ad accettare il caos dell’universo per quello che è.
Nonostante qualche forzatura necessaria a portare avanti la storia, lo script regge anche senza regalare troppi colpi di scena, trasportando lo spettatore dal punto A al punto B linearmente ed evitando qualsiasi tipo di confusione.
Punto debole della sceneggiatura è l’arco narrativo che riguarda la relazione di Liv con Danny, che risulta privo di un vero mordente anche se utile a mettere in evidenza i timori e i comportamenti della donna.

Flashback e ambientazioni su tutto
La struttura di Keep Breathing è incentrata sull’utilizzo massiccio di flashback e di sequenze oniriche utili a esplorare il passato di Liv e a contestualizzare la sua personalità al limite della sociopatia.
Lo spezzettamento dell’esposizione costruisce due precisi piani narrativi separati tra loro e comunque sempre collegati dai ricordi o dalle allucinazioni della protagonista in maniera certamente artificiosa ma ben realizzata.
I bellissimi paesaggi che fanno da sfondo alla miniserie vengono sfruttati dalla regia e dal montaggio con delle bellissime riprese dall’alto che servono tanto a livello estetico quanto all’idea di trasformare quei luoghi d’incanto in un terribile labirinto che sembra senza via d’uscita.
Notevole il lavoro fatto da Melissa Berrera in une One Man Show complicato da gestire ma tenuto benissimo dall’attrice messicana che sembra perfettamente a suo agio sia nel ruolo della fredda professionista che pensa soltanto al lavoro che in quello della dispersa che lotta per sopravvivere.
Purtroppo, nonostante le buone premesse e i tanti pregi della produzione, Keep Breathing soffre di un ritmo un po’ lento che rischia di vanificare il resto riuscendo a riprendersi soltanto grazie a un finale che sa offrire il giusto piglio emotivo.

Uno show ben realizzato ma poco incisivo
In conclusione, Keep Breathing è una serie che parte da buoni presupposti e che si lascia guardare anche per merito della giusta durata delle puntate ma che manca dell’efficacia necessaria per coinvolgere il pubblico.
Il coraggio di affrontare temi importanti e pesanti come quelli relativi alla salute mentale e alle insicurezze che precedono una maternità salvano solo in parte un prodotto che sarebbe potuto essere molto più coinvolgente e convincente con qualche attenzione in più all’aspetto dell’avventura di Liv.
Lo show funziona, ma manca dell’energia giusta richiesta al genere, risultando un po’ piatto e carente nella fabbricazione della giusta tensione che ci si dovrebbe aspettare vista la base di partenza.
Voto: 6.5/10
