Wayward – Ribelli è una miniserie thriller di origine canadese, sviluppata in otto episodi, creata e interpretata da Mae Martin e distribuita sulla piattaforma di streaming di Netflix a partire dal 25 settembre 2025.
Lo show si svolge per gran parte della sua durata nella fittizia cittadina di Tall Pines, nel Vermont, dove ha sede un istituto per ragazzi problematici che sembra nascondere più di un segreto inconfessabile.
Dopo aver condiviso la nostra recensione di The Silent Hour, andiamo ad analizzare pregi e difetti di questa nuova serie, ambiziosa per le tematiche che si propone di affrontare ma non sempre del tutto centrata per quanto riguardi lo stile di scrittura che porta avanti la storia.

La trama di Wayward – Ribelli
A seguito del rendimento scolastico poco soddisfacente e dell’atteggiamento ribelle che ha cominciato a caratterizzare l’adolescenza di Abbie, i due genitori della ragazza decidono di affidare il suo recupero all’istituto scolastico Tall Pines.
Convinta di dover aiutare la sua amica, praticamente rapita nella notte e portata di forza nell’istituto, Leila fa in modo di raggiungere la cittadina per aiutarla a scappare da quella scuola tanto esclusiva quanto sinistra.
Nello stesso momento, Laura e Alex stanno cercando di ambientarsi nella nuova casa che Evelyn, la direttrice del collegio, ha fornito loro per crescere il bambino che stanno aspettando dopo che Alex ha dovuto cambiare città a causa dei propri problemi sul lavoro.
Presto Alex, Abbie e Leila si renderanno conto di come tutta la città di Tall Pines sia legata alla scuola e alle tante controversie che ha generato nel corso degli anni, rimanendo invischiati in situazioni pericolose che si accompagneranno a dei percorsi di consapevolezza personale durissimi da affrontare.

Un teen drama con ambizioni e possibilità da thriller impegnato?
Quella creata da Mae Martin è un’opera che si addentra nella discussione di argomenti profondi e difficili da affrontare come quello dei disagi legati all’adolescenza, quello della gestione del potere, del superamento del senso di colpa e dell’esclusione sociale e quello legato a un certo tipo di trattamento delle dipendenze e di quelle che vengano considerate devianze, in voga soprattutto negli Stati Uniti fino a pochissimo tempo fa.
Tutti temi probabilmente molto sentiti e ben conosciuti da Martin, visto il loro (il pronome che l’artista preferisce venga usato in relazione alla sua persona) passato caratterizzato da abusi e difficoltà nel farsi accettare.
Purtroppo quest’ambizione si deve scontrare con una struttura del racconto e con una costruzione di dialoghi che, almeno in due o tre episodi dello show, fa abbassare tantissimo il livello dell’esposizione di Wayward, facendolo somigliare, almeno in alcuni momenti, a un prodotto realizzato per attirare l’attenzione di un pubblico di giovanissimi piuttosto che a un thriller dai toni cupi e misteriosi e dai significati intensi.
Questa ambivalenza e questo saliscendi stilistico rendono la serie in qualche modo discontinua e spezzata nelle sue due anime in quello che, se è un esperimento voluto, risulta poco riuscito sul piano della coerenza narrativa.
Anche le suggestioni che hanno ispirato la sceneggiatura tradiscono la duplice natura della sceneggiatura: nel lavoro fatto dalla comica canadese ci sono echi di Stranger Things, di Qualcuno Volò Sul Nido del Cuculo, di Battle Royale e di Twin Peaks, in un mix che però fatica a mantenere un linguaggio e una grammatica congruenti.
Il tentativo di portare su schermo le difficoltà dell’adolescenza, il problema della violenza delle istituzioni e il fascino malato del love bombing portato avanti in certi contesti, seppur in parte riuscito, si perde troppo spesso in frequenti indugi su situazioni poco ricercate e su particolari che cambiano completamente il tono della produzione.
Nonostante questi difetti, però, la trama regge e Wayward riesce nel mai semplice compito di tenere lo spettatore incollato allo schermo e nel suo presentare personaggi complessi e capaci di raccontare le diverse facce del trauma e dei modi in cui possa essere affrontato.

Un cast giovane e convincente e una messa in scena adeguata
Le interpretazioni dei membri del cast sono tutte di buon livello, soprattutto considerate la difficoltà di dare vita a personaggi tanto ambigui nei comportamenti e nei pensieri e alla giovane età di gran parte degli attori che appaiono in Wayward.
Meno positivo l’impatto di una fotografia piatta e troppo asservita alla necessità di rendere sempre pulite, comprensibili e illuminate le scene, così come quello di una colonna sonora che fa affidamento soltanto sui brani scelti che, per quanto bellissimi, finiscono un po’ per stonare somigliando più che altro alla riproposizione dei brani preferiti da Martin nella sua adolescenza.
Il ritmo della storia è invece perfetto per tenere alta la tensione alternando momenti più concitati e pressanti ad altri in cui l’atmosfera si rilassa e i personaggi hanno modo di raccontarsi in maniera più intima.

Una serie riuscita solo a metà
Wayward – Ribelli è una serie riuscita, nel suo stesso concept, soltanto a metà: l’idea di fondere una narrazione che sembri rivolgersi ai teenager a tematiche complicate e di spessore ma mai davvero approfondite, spiazza non riuscendo a creare intorno a quest’ambiguità qualcosa che sappia sconvolgere e turbare nel senso più positivo dei termini.
L’opera resta comunque affascinante grazie ai tanti spunti di riflessione e allo studio riferito alla critica sociale che si nasconde dietro il citazionismo più esplicito e ad alcune soluzioni da teen drama.
Nel complesso, quella presentata da Netflix è una produzione ampiamente sufficiente dal punto di vista della forma e del contenuto ma troppo altalenante per risultare davvero incisiva e completamente apprezzabile da un pubblico di riferimento specifico.
Voto: 6.5/10
