Dal 2 al 4 marzo è tornato sul grande schermo Lo chiamavano Jeeg Robot, il film evento uscito per la prima volta in Italia il 25 febbraio del 2016: in occasione del suo decimo anniversario, il cinecomic diretto dal filmmaker rivelazione Gabriele Mainetti è stato reso nuovamente fruibile dal pubblico al cinema nella sua versione 4k.
Divenuto un cult per aver rivoluzionato il panorama cinematografico nostrano, portando in scena una favola urbana di periferia che abbraccia la cultura pop, la pellicola che vede protagonista Claudio Santamaria, nei panni di Enzo Ceccotti, il ladruncolo di Tor Bella Monaca che acquisisce una forza sovrumana cadendo nel Tevere, ha conquistato pubblico e critica, aggiudicandosi ben sette David di Donatello e due Nastri d’argento.
Invitando i nostri lettori a recuperare il film di supereroi dalle tinte pulp che vede, tra gli altri, un istrionico Luca Marinelli vestire i panni di quello che potremmo definire il Joker italiano e l’esordiente, all’epoca, Ilenia Pastorelli nelle vesti della protagonista femminile del lungometraggio, siamo qui oggi a stilare la nostra lista dei quattro momenti più iconici de Lo chiamavano Jeeg Robot.

Tu che puoi diventare Jeeg: la trasformazione di Enzo Ceccotti in Jeeg Robot

Dopo essere accidentalmente venuto a contatto con del materiale radioattivo celato nelle torbide acque del biondo Tevere, Enzo Ceccotti, che vive di espedienti e illeciti tra il cemento di Tor Bella Monaca, scopre di aver acquisito una forza portentosa.
Durante il recupero di un carico di cocaina per il boss della malavita locale, Fabio Cannizzaro, lo Zingaro interpretato da Luca Marinelli, il complice di Enzo, Sergio, perde la vita: deciso a recuperare la merce promessa alla camorra, Fabio si reca a casa di Sergio, dove trova soltanto la fragile Alessia, alla quale intende estorcere con la forza informazioni.
Enzo, udite le urla della donna, a volto coperto fa il suo ingresso dalla finestra: la stazza del ragazzo e la sua forza sovrumana fanno desistere i balordi dal loro intento mentre per Alessia, cresciuta in un ambiente domestico tossico e violento, consolata solo dai suoi preziosissimi dvd dell’anime giapponese Jeeg Robot d’acciaio, la visione di Enzo è sbalorditiva. Che non si tratti proprio del suo amato Hiroshi Shiba giunto sul posto per salvarla?
Lo Zingaro al microfono: da Non Sono una Signora a Un’Emozione da Poco

Se la trasformazione di Enzo in quello che, più che essere un supereroe a tutti gli effetti, ha le sembianze e l’indole di un antieroe contemporaneo, ci aveva portati a riscoprire il mondo dei mecha giapponesi degli anni ‘80, con il suo antagonista, lo Zingaro, la cui interpretazione magistrale è valsa a Marinelli ben due premi, un David di Donatello come miglior attore non protagonista e un Nastro d’argento per la stessa categoria, ci immergiamo nella musica pop italiana della stessa epoca.
Nel suo oscuro discendere verso la malvagità, il personaggio di Fabio riesce a conquistare la simpatia dello spettatore per il suo intercalare tipicamente romanesco, per il suo look eccentrico, che deve molto al glam rock, e per le sue performance canore, che sfiorano i limiti del cringe.
Facendo sue le strofe cantate dalla Bertè nel suo celebre Non Sono una Signora per esprimere il suo desiderio di rivalsa nel mondo della criminalità organizzata e vestendosi di lustrini per interpretare il brano che Anna Oxa portò al Festival di Sanremo nel 1978, mentre si rivolge alla boss della camorra Nunzia, allo Zingaro dobbiamo gran parte della verve e dell’estro del film scritto da Nicola Guaglianone.
Cuore e acciaio: la turbolenta relazione tra Enzo Ceccotti e la fragile Alessia

Passato dallo sradicare bancomat per meri scopi egoistici al lottare contro la criminalità locale per il bene comune, la crescita interiore di Enzo non sarebbe stata possibile senza il rapporto creatosi con Alessia.
Tra un budino alla vaniglia e una puntata di Jeeg Robot, il rapporto tra i due si intensifica in una crescente tensione fino a giungere alla scena che li vede passeggiare tra le vetrine di un noto centro commerciale di Roma sud: deciso ad acquistare un regalo alla sua bella per dichiararle il suo amore, le cose non si mettono come ci si aspetterebbe in una canonica scena romantica.
Entrambi ai margini della società, segnati da traumi che dal passato fanno eco nel presente, Enzo non sa esprimere i suoi sentimenti, schivo e introverso com’è, ma grazie alla bontà d’animo di Alessia, scalfita dalla perdita della madre e da una turbolenta vita tra psicofarmaci e violenze domestiche, riesce a comprendere il significato profondo dell’altruismo e a capire quale sia il suo nuovo scopo nel mondo.
Il Derby all’Olimpico: la lotta tra il bene e il male va in scena su Ponte Milvio

Portando sullo schermo uno dei topos della romanità, il tanto vissuto momento del derby calcistico tra Lazio e Roma che, almeno due volte l’anno, va in scena allo stadio Olimpico della Capitale, Mainetti sfrutta il momento per dar luogo allo scontro finale tra i due personaggi contrapposti nel suo Lo chiamavano Jeeg Robot.
Deciso a salvare la città dal folle piano dello Zingaro, ormai irrecuperabilmente disceso nei folli meandri della cieca bramosia di potere, Enzo fa sua l’abnegazione e la disinteressata bontà mostrategli da Alessia, attraverso le avventure di Hiroshi Shiba in primis, ma anche e soprattutto con la spontaneità e la tanto eloquente quanto ingenua purezza di chi ha dovuto rifugiarsi nel suo bambino interiore per fuggire dai dolori della vita adulta.
Quel che ne viene fuori è una battaglia epocale, ambientata nel cuore di Roma: la scena impressa su pellicola dal regista del film è da cardiopalmo e va a dare una degna conclusione a quello che, a detta nostra, è uno dei lungometraggi più originali e meglio riusciti nel non sempre variegato panorama cinematografico degli ultimi anni.
