Ho Visto la TV Brillare è un film complesso, che senza nascondere il messaggio che vuole portare attraverso il racconto di Owen e Maddy, utilizza la metafora della serie televisiva per raccontare lo stato d’animo di chi, in un modo o nell’altro, faccia fatica ad accettare il ruolo che il mondo gli abbi affibbiato per nascita o per stato.
L’opera di Jane Schoenbrun tiene col fiato sospeso, avvicina il pubblico al mondo di due ragazzi, tanto simili quanto differenti, e inquieta più che altro per le implicazioni concrete e reali di una condizione umana che ancora non è stata del tutto decodificata dalla società e che costringe in una specie di limbo chi la vive sulla propria pelle.
Dopo aver condiviso la nostra recensione di Ho Visto la TV Brillare e avvisando degli spoiler presenti in questo articolo, andiamo dunque ad analizzare i temi e a fornire la nostra lettura del particolare horror psicologico che rappresenta il secondo capitolo della Trilogia dello Schermo.

Di cosa parla davvero Ho Visto la TV Brillare?
Come specificato da Jane Schoenbrun nel corso di un’intervista con The New Yorker, Ho Visto la TV Brillare è un’allegoria della condizione di una persona che non si riconosce nel suo genere biologico nel momento in cui le prime crepe cominciano a farsi largo lungo le pareti della vita e, in particolare, nel contesto familiare.
In questo senso, l’autrice ha chiarito:
TV Glow parla di qualcosa che credo molti trans capiscano. La tensione tra lo spazio in cui vivi, che senti come casa tua, e il terrore e la liberazione che provi quando capisci che quello spazio potrebbe non essere in grado di accoglierti nella tua vera forma
Per raccontare gli aspetti di una situazione tanto difficile, il film porta in scena la storia dei due ragazzi protagonisti e del loro approccio completamente differente rispetto alla pressante e ingestibile questione.
Maddy è consapevole, arrabbiata, decisa a fare qualcosa per poter cambiare la propria vita: scappa di casa, cambia nome, disobbedisce come può alle regole imposte dal suo patrigno e cerca disperatamente una via d’uscita che sembra sfuggirle sempre di mano.
Owen, al contrario, è apatico, triste, solitario, timoroso anche solo di scoprire cosa ci sia che non vada in lui, o meglio, cosa sia quel qualcosa che fa credere anche ai suoi genitori che qualcosa non torni o non funzioni.
La ragazza è pronta all’allontanamento dalle proprie origini, dalla propria famiglia, il giovane, non appena gli si presenti l’opportunità di un cambiamento radicale e totalizzante, torna improvvisamente sui propri passi, sentendosi colpevole di aver tradito, incapace di abbandonare le certezze impostegli e di liberarsi da quelle catene che, in fondo, lo fanno sentire al sicuro.
Owen cerca in maniera disperata di diventare un membro attivo e accettato della comunità, Maddy cerca un rifugio sicuro in qualcosa di esterno, in cui vuole trovare risposte e in cui finisce per immedesimarsi completamente.
Gli anni, per lei, passano come passano gli episodi di uno show televisivo ed è sopraffatta dalla sensazione che la vita le scivoli via, mano a mano che ogni nuovo posto, ogni nuova identità, ogni nuovo contesto non si rivelino soltanto come impossibili da gestire e assolutamente vuoti.
Per il narratore, invece, sembra più facile fare finta di niente: Owen cerca di accontentarsi di ciò che ha, di quello che il mondo e l’esistenza potrebbero avere in serbo per lui, della prospettiva di avere una vita “normale” fatta di casa, famiglia, lavoro.
Perché Ho Visto la TV Brillare invita anche a riflettere sul posto di ognuno nella società e su come l’incalzare del tempo cambi le carte in tavola con una velocità che è difficile da gestire, soprattutto di fronte all’indifferenza generale e alla difficoltà di fare auto-analisi.
Così la vita sembra assomigliare a una serie tv che abbiamo amato da ragazzini: quello che un tempo era sembrato affascinante si rivela dozzinale; le ore, i giorni, gli anni, che si erano creduti così importanti mutano in quella che è solo una puntata tra tante; i ricordi, le sensazioni diventano la narrazione in terza persona di una fiction.

Perché Maddy è convinta di essere un personaggio di The Pink Opaque?
Quando Maddy spiega a Owen di essere sicura che The Pink Opaque sia in realtà il mondo vero e quello che credono di vivere sia in realtà soltanto un inganno perpetrato contro di loro da Mr. Malinconia esplicita all’amico come faccia fatica a trovare un posto nel mondo e nel proprio corpo.
La ragazza sente di essere prigioniera di un universo parallelo, di una storia voluta per lei da qualcun altro mentre la propria essenza è intrappolata e lontana, vittima di un maleficio simile a quello subito dalle protagoniste della sua serie tv preferita.

Cosa significa il finale di Ho Visto la TV Brillare?
Nelle sequenze finali di Ho Visto la TV Brillare, Owen esplode all’improvviso urlando durante una festa di compleanno di un bambino tutto il proprio disagio e manifestando la sensazione di stare morendo che Maddy aveva già sentito anni prima.
Accolto soltanto da silenzio e freddezza, l’uomo si chiude in bagno e si apre il petto con un taglierino scoprendo dentro di sé uno schermo televisivo che allo stesso tempo lo terrorizza e affascina.
Il protagonista sembra aver finalmente preso consapevolezza di cosa sia che lo faccia sentire soffocare costantemente e del fatto che Maddy avesse ragione, ma non è in alcun modo rassicurato dalla scoperta: uscito dal bagno Owen chiede scusa al mondo per quello che è, ricevendo in cambio soltanto altra indifferenza.
Come ha spiegato la Schoenbrun in un’altra intervista:
La gente non vuole guardare il film con un atteggiamento così semplice, ma è come dire: ‘Amico, seppellisciti sottoterra al 100%’. Non c’è molta ambiguità sulla necessità del personaggio di fuggire, e non solo emotivamente, ma anche letteralmente, dal Regno di Mezzanotte. Quindi, quando alla fine del film si apre e vede questa luce statica della TV ci rendiamo conto che il grande villain lo ha ingannato e lo ha portato in questa vita in cui sta soffocando.
Il finale dice qualcosa sulla mentalità secondo cui noi, come persone quel, e in particolare come persone trans, siamo stati educati fin dalla più tenera età a considerare il nostro vero io come un inconveniente per tutti quelli che ci circondano, o come qualcosa da cui proteggere il mondo. Penso che sia una reazione molto comprensibile, quella di chiudersi in se stessi e scusarsi per il fatto di esistere
Fonti: The New Yorker – Vanity Fair
