Quando agli inizi degli anni ’80 del ventesimo secolo 1997: Fuga da New York debuttò nelle sale cinematografiche probabilmente in pochi avrebbero potuto immaginare l’incredibile influenza culturale che l’opera di John Carpenter avrebbe avuto sul futuro della Settima Arte e della cultura pop.
Il film del regista nato a Carthage, che a fronte di un budget di circa 6 milioni di dollari, relativamente basso anche per gli standard dell’epoca, fu capace di dimostrarsi un successo commerciale immediato accolto positivamente anche dalla critica, ha infatti segnato un punto di svolta per la carriera di Carpenter, già segnata dal successo di Halloween, e per l’evoluzione di un certo tipo di prodotti culturali dai toni oscuri e dai tratti politici ma indirizzati al grande pubblico.
Ancora di più, la pellicola ha avuto il grande merito di dare vita alla figura di Jena Plissken (Snake, in lingua originale), antieroe divenuto una vera e propria icona culturale in grado di trascendere i medium e le generazioni.
Dopo aver condiviso la nostra recensione di Grosso Guaio a Chinatown, torniamo dunque a occuparci dell’artigiano dell’orrore e dei suoi lavori per proporre la nostra analisi di 1997: Fuga da New York.

La trama di 1997: Fuga da New York
In seguito a un aumento smodato del tasso di criminalità negli Stati Uniti, l’isola di Manhattan è stata trasformata in una prigione a cielo aperto destinata ad accogliere gli elementi indesiderati della società e da cui è virtualmente impossibile fuggire.
Il dirottamento dell’aereo che trasporta il presidente degli USA e che viene fatto precipitare sul territorio di New York costringe le autorità a un’immediata missione di recupero del politico, sopravvissuto alla caduta del velivolo, ma caduto nelle mani degli ergastolani.
Per portare a termine il compito, Jena Plissken, ex militare che sta per essere rinchiuso nella prigione, viene incaricato, in cambio della cancellazione di tutti i suoi reati, di riportare il capo di stato nel mondo civile in tempo per permettergli di partecipare a un decisivo summit internazionale.

Un protagonista straordinario e un’atmosfera indimenticabile
Fuga da New York, scritto da John Carpenter e Nick Castle riesce a portare in dote allo spettatore tutte le qualità di un b-movie d’azione ben realizzato in una cornice che fa del messaggio politico un focus centrale dell’intera narrazione.
In questo senso, il filmmaker ha ammesso di essere stato ispirato dallo scandalo del Watergate e dalla crisi iraniana del 1979 in cui i rivoluzionari armati tennero in ostaggio diversi cittadini americani dell’ambasciata di Teheran.
Allo stesso modo sono evidenti i riferimenti alle aberrazioni del sistema carcerario e alla crescente mancanza di fiducia nei confronti dell’apparato politico e dei suoi rappresentanti, così come il richiamo ai timori riguardo la crescita e la diffusione delle gang di strada che erano già stati evidenziati, un paio d’anni prima, nel racconto de I Guerrieri della Notte.
Come specificato, però, il lungometraggio, lungi dal prendersi troppo sul serio, è prima di tutto un film d’azione dalla struttura tanto semplice e lineare quanto efficace e coerente, in cui l’atmosfera e la costruzione dei personaggi raggiungono livelli di primissima categoria.
Partendo dal Tassista, passando per Romero e fino ad arrivare al Duca, tutti gli abitanti di New York sono caratterizzati impeccabilmente attraverso una scelta accurata di battute, atteggiamenti e movimenti del corpo che li rendono unici e perfettamente incastrati nell’universo costruito dai due sceneggiatori.
Una realtà che regala un’atmosfera unica e irripetibile: a dispetto di successivi quarant’anni di ambientazioni post-apocalittiche di ogni risma, la New York presentata sullo schermo riesce a essere terrificante, suggestiva e viva, ricordando a tutti la propensione e l’amore di Carpenter per l’horror e la sua bravura nel generare tensione.
Su tutto, va però ricordato Jena Plissken, eroe cinico e disilluso di un mondo allo sfacelo e che non viene mai venduto in maniera contraddittoria e non cerca in alcun modo di risultare simpatico o amabile al di fuori delle proprie caratteristiche e della propria psicologia.
A riprova del buonissimo livello di scrittura di 1997: Fuga da New York, non possono non essere citati i continui rimandi alla presunta morte del protagonista, preceduto dalla sua fama in un gioco in cui la sua storia sembra sempre mischiarsi con la leggenda.

Fuga da New York e i marchi di fabbrica di John Carpenter
Dal punto di vista tecnico Fuga da New York può vantare la ricerca di uno stile assolutamente unico e personale tipica di John Carpenter, attento a fare in modo che scene, musiche e ambientazioni possano accompagnarsi vicendevolmente risuonando con la storia raccontata nel film.
I movimenti di camera si adattano al momento della vicenda e al passo di Jena, i colori e la fotografia si prestano alla creazione di una città caotica e lontana dal concetto di civiltà, la colonna sonora, composta dallo stesso Carpenter e da Alan Howart acuisce il senso d’urgenza e di intrappolamento in un luogo ostile.
Sublimi la scenografia e il modo in cui personaggi principali e secondari interagiscono con essa: da ogni angolo buio della New York prigione spuntano fuori figure che strisciano, scattano e si arrampicano, evitando e calpestando rifiuti e carcasse di automobili e venendo illuminate solo a tratti da qualche lampione superstite o dalle fiamme di piccoli fuochi che segnano la via.
A coronare una produzione tanto attenta, la prova di un cast che risponde alla perfezione al regista e si adatta al tono della narrazione senza cadere nel tranello di voler strafare anche a fronte di personaggi che hanno dei tratti caricaturali, quasi da fumetto.

Un capolavoro figlio di un’altra epoca cinematografica
In conclusione non possiamo che ribadire il nostro apprezzamento per 1997: Fuga da New York come prodotto d’arte e di svago che, senza dimenticare la sua natura chiassosa e impertinente, offre spunti di riflessione importanti, anche a quasi cinquant’anni di distanza, per chi vive la nostra società contemporanea.
Il film con Kurt Russell è l’emblema di come un’opera votata all’intrattenimento possa essere ambiziosa a prescindere dai milioni a disposizione dei creatori e di come la commistione di generi, quando ben architettata possa dare risultati memorabili rimanendo nel cuore dei fan.
Voto: 8.5/10

