Steve è un film drammatico del 2025, diretto da Tim Mielants, scritto dallo stesso Max Porter autore del romanzo che lo ha ispirato, Shy, e con protagonista Cillian Murphy nei panni di un insegnante e direttore di una scuola per adolescenti problematici.
La vicenda narrata nell’opera si svolge in ventiquattro ore e principalmente dal punto di vista del personaggio di Steve, impegnato, nonostante le difficoltà a tenere su la propria vita e il progetto a cui dimostra di tenere.
Dopo aver condiviso la nostra recensione di Freedom Writers, torniamo dunque a occuparci di storie che raccontano battaglie per la redenzione per analizzare il film distribuito a partire dal 3 ottobre 2025 su Netflix.

La trama di Steve
Steve gestisce l’istituto di Stanton Wood, convitto destinato al recupero di ragazzi difficili che abbiano avuto precedenti problemi con le istituzioni scolastiche, con la legge o con la società più in generale.
La giornata che si presenta davanti all’insegnante si prospetta più ricca di sorprese rispetto al solito, con le visite di una troupe televisiva decisa a parlare della scuola e di un membro del parlamento e con un’importante riunione con i gestori del fondo che possiede l’edificio scolastico da affrontare.
Le ventiquattro ore che seguiranno costringeranno Steve a misurarsi con le difficoltà legate al proprio lavoro, con l’indifferenza delle istituzioni e con i propri problemi personali in una tesa e complicata corsa sull’orlo del baratro.

Ancore di salvezza e fantasmi che non spariscono
L’intenso ed emozionante racconto di Steve si propone di portare sullo schermo, attraverso uno schema frammentario e scandito dai numeri digitali dell’orologio, una giornata allo stesso tempo particolarmente complessa e probabilmente incredibilmente ordinaria all’interno di Stanton Wood.
Uno dei sottotesti dell’interessantissimo script di Max Porter tende infatti a far percepire allo spettatore tanto le difficoltà concrete del momento quanto quelle relative al mantenimento della resilienza necessaria a gestire una situazione di quel tipo, con tanto di continui fallimenti e cadute, nel corso del tempo.
Si parla, in particolare, del lavoro svolto dagli educatori e dagli addetti alle varie mansioni utili a portare avanti la scuola e del processo di crescita e di guarigione dai propri traumi e dalle proprie difficoltà dei ragazzi ritratti nel film.
Grandissima attenzione è posta, in entrambi i casi, sull’elevato grado di stress mentale e fisico, aggravato per Steve come per i giovani da una salute mentale non sempre stabile, e che diviene uno dei fulcri principali della narrazione.
Perché se le vite dei giovani sono state in parte complicate anche da scelte sbagliate o da caratteri spigolosi, quella del protagonista, solo all’apparenza più equilibrato e solido, finisce allo stesso modo per mostrare le stesse crepe che confondono la vista e che si dimostrano sempre sul punto di allargarsi irreversibilmente.
Anche il rapporto che intercorre tra la società e i ragazzi (e allo stesso modo tra la società e i professionisti del settore) viene esplorato con crudo realismo nei pochi momenti dedicati alla parte di società esterna all’istituto e rappresentata dai documentaristi e dal politico che entrano brevemente nella quotidianità degli allievi di Stanton Wood.
La sceneggiatura riesce benissimo nell’intento di fornire piccoli indizi di queste problematiche che finiscono per palesarsi in modo sempre più esplicito ed esplosivo fino all’enigmatico finale che lascia comprendere quanto sia sottile e fragile la base che sorregge tutto e su cui si poggiano le vite dei protagonisti e, potenzialmente, di ognuno di noi.

Un grandissimo Cillian Murphy e una regia moderna ed eclettica
L’approccio di Tim Mielants si adatta alla perfezione al lavoro dello scrittore e giornalista, con il regista di Piccole Cose Come Queste che sceglie di dividere il lungometraggio in tre segmenti, che seguono le tre fasi della storia, anche a livello stilistico, utilizzando espedienti, movimenti di camera e scelte di montaggio dal taglio differente senza compromettere la solidità della messa in scena nella sua interezza.
Mentre la prima parte del film è infatti caratterizzata dall’alternanza delle scene con il girato dei documentaristi giunti fino alla scuola, il momento più caotico dell’esposizione porta a un cambio di registro che si adatta al nuovo stato delle cose e che anticipa un ulteriore cambiamento, questa volta in una direzione più cupa e riflessiva.
Bellissima la fotografia che, grazie alla delicatezza dei colori e delle luci, rende le immagini morbide, intime e in sintonia con il tono di un’opera che punta tantissimo sull’aspetto emotivo e in qualche modo poetico del racconto.
Ottime le prove di un Cillian Murphy in grado di dare vita a un personaggio estremamente positivo e nondimeno problematico e turbato e di tutto il resto del cast, chiamato al difficile compito di interpretare personaggi sopra le righe o estremamente cupi e che risulta nella sua interezza sempre molto credibile.

Fiumi di emozioni che costringono a riflettere
Come già accaduto con Adolescence, Steve colpisce lo spettatore mettendolo di fronte a una scomoda verità che interessa per intero e in maniera viscerale la nostra società e all’ancora più scomoda rivelazione di quanto sia difficile superare le difficoltà di certi stati mentali.
Il prodotto distribuito dalla piattaforma dalla N rossa ci costringe a fermarci e a riflettere mettendo da parte considerazioni di comodo come in una favola moderna dal finale aperto e terribilmente indefinito.
Un film da vedere e da sentire che si lascia apprezzare dal punto di vista estetico e cinematografico e che sa emozionare in maniera intelligente e profonda.
Voto: 8/10
