I Peccatori: recensione e analisi dei temi dell’horror di Ryan Coogler con Michael B. Jordan

Ryan Coogler, a dispetto della giovane età, si è già fatto notare grazie ai suoi lavori come regista e sceneggiatore di diversi successi hollywoodiani in cui ha saputo dimostrare tutta la propria abilità e il proprio eclettismo dietro la macchina da scrivere e dietro quella da presa.

Con I Peccatori, il filmmaker di Oakland ha deciso di proporre al suo pubblico un horror sovrannaturale che strizza l’occhio a film di culto per gli appassionati (impossibile non riconoscere nell’opera l’influenza di Dal Tramonto all’Alba) e che punta, allo stesso tempo, a dare nuovo respiro a un genere che, nell’ultimissimo periodo, sta vivendo una nuova primavera grazie all’impegno sapiente di autori che hanno saputo rinnovarlo nei temi senza snaturarne l’essenza.

Il lungometraggio racconta la vicenda legata a due gemelli, entrambi portati in scena dall’attore feticcio di Coogler, Michael B. Jordan, decisi a tirare su, nell’America degli anni’30, un locale dedicato ai neri, e al coinvolgimento del loro cuginetto, Sammie, musicista chiamato a intrattenere il pubblico della serata d’apertura.

Dopo aver proposto la nostra recensione di Weapons e aver analizzato i temi presentati nella pellicola di Zach Cregger, torniamo a occuparci di horror per condividere il nostro pensiero sull’intenso e bellissimo I Peccatori.

I Peccatori
I Peccatori recensione
Sinners
Ryan Coogler
Horror

La trama di I Peccatori

Smoke e Stack sono due gemelli allontanatisi dalle proprie terre d’origine, in Mississipi, per inseguire un sogno di libertà e indipendenza che li ha portati soltanto a diventare dei criminali e che li ha condotti, alla fine, a tornare sui propri passi e a progettare di aprire un piccolo locale per neri nell’edificio di una ex segheria.

L’apertura del club richiede però il coinvolgimento dei vecchi conoscenti dei gemelli, da reclutare per la cucina e il bar, per l’approvvigionamento, per la sicurezza e per esibirsi sul palco musicale del nuovo punto di ritrovo.

Tra i musicisti assunti c’è anche il giovane Sammie, cugino di Smoke e Stack e figlio di un predicatore, che ha trovato nel blues un modo per esprimersi e che sembra estremamente affascinato dal carisma dei due gangster tornati a casa molto più ricchi e rispettati di quanto non fossero prima.

La serata, però, prenderà una piega inaspettata e terrificante e costringerà il piccolo gruppo a combattere per la propria vita nel corso di una notte in cui il diavolo busserà alla porta del club non soltanto in maniera metaforica.

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 Un racconto di musica, demoni e identità negata

I Peccatori è un film di vampiri, e lo diciamo senza timore di cadere in nessun tipo di spoiler, in cui gli esseri maledetti che odiano la luce del sole spuntano, quasi inaspettati, a metà del lungometraggio stravolgendo la narrazione e le vite dei protagonisti.

In questo senso, Ryan Coogler non cerca nessun colpo di scena nell’arrivo delle creature soprannaturali (la cui presenza è anticipata senza alcuna remora nei trailer) che finiscono, piuttosto, per essere l’espediente orrorifico e metaforico di una storia che fin dall’inizio parla di entità malvagie e del loro influsso sull’esistenza delle comunità.

L’altra componente simbolica è rappresentata dalla musica, vera forza trainante del racconto di Sinners (I Peccatori) che si manifesta tanto nelle caratteristiche e nelle peculiarità dei personaggi quanto in una colonna sonora che finisce spesso per dominare le sequenze e riempire lo schermo.

Anche nel caso della scena più bella e ricercata del progetto, un piano sequenza che gioca con le luci e con il fuoco della videocamera, la parte suonata e musicale ricopre un ruolo primario dal punto di vista narrativo e tecnico.

Infatti, nell’opera di Coogler, la musica diviene benedizione e maledizione allo stesso tempo, emblema d’emancipazione, libertà e cultura e proprio per questo portatrice di perdizione e di sospetti legati al pregiudizio e ai timori per un’identità estranea a quella dell’America bianca della prima metà del ‘900 (e non solo).

Perché I Peccatori parla soprattutto di razzismo, ma nella visione del film il razzismo fatto di violenze e soprusi non è raccapricciante e oscuro quanto altri due elementi che lo caratterizzano in maniera strisciante e subdola: l’appropriazione culturale e, ancora di più, l’imposizione implicita di un appiattimento dell’identità come prezzo da pagare per sfuggire alle vessazioni.

I peccatori del titolo non sono soltanto i due gemelli gangster, violenti, egoriferiti e lontani da ogni etica, ma lo divengono allo stesso modo Annie per i suoi rituali e le sue credenze, Pearline e Mary per la loro infedeltà, tutti i partecipanti alla festa, dediti come sono ad alcool e gioco d’azzardo, e prima di tutti i musicisti, Delta Slim, Preacher Boy e ancora Pearline, colpevoli di lasciarsi andare a quella musica che avvicina al demonio e ai vizi, di diffonderla perfino.

E il Ku Klux Klan, l’ermaginazione e la segregazione divengono spauracchi da cui è impossibile fuggire se non abbandonando quei peccati, che peccati non sarebbero se non esistesse l’idea di una morale o di una cultura dominante cui sottostare per essere accettati, o almeno per avere la speranza e l’illusione di essere accettati.

L’organizzazione terroristica di stampo razzista è soltanto la manifestazione contemporanea (agli eventi del film) di un’idea di colonizzazione (di fatto e culturale) cominciata molti secoli prima e perpetrata, in diverse forme, fino a questo nostro 2025.

A far ancora più paura sono quindi, almeno nella nostra lettura, i non peccatori, docili e obbedienti, ben vestiti e ligi al dovere terreno e ultraterreno, disposti ad accettare persino l’imposizione della divinità da pregare e a cui sottostare e che rappresenta lo stile di vita del padrone, dello schiavista, del conquistatore.

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Un piacere per gli occhi

Se la storia di I Peccatori è raccontata in una sceneggiatura che ha il difetto di perdersi in un paio (una soprattutto) di scelte che appaiono incomprensibili e utili soltanto a portare avanti la narrazione secondo il copione prescelto, per quanto riguarda l’aspetto visivo la produzione Warner Bros. può vantare una regia ispirata e d’impatto e una realizzazione tecnica praticamente impeccabile.

Al di là di qualche momento di confusione in alcune delle scene d’azione, infatti, il lavoro di Coogler, che si lascia andare a sequenze lunghe e lente nei movimenti, risulta azzeccato e conferisce un tono epico alla pellicola.

Bellissima, come detto, la colonna sonora curata da Ludwig Göransson e protagonista di ogni momento cruciale di un lungometraggio a cui attribuisce personalità e unicità portando lo spettatore dentro l’ambientazione e ipnotizzandolo con maestria.

Coerente anche la fotografia, suggestiva e sporca, che si fa apprezzare nei momenti più bui come in quelli più illuminati, nelle riprese esterne quanto in quelle al chiuso, e che si sposa alla perfezione all’idea del film e alla regia di Coogler.

Il risultato di tutti questi ingredienti messi insieme è un’opera che si fa horror nelle parole dei personaggi, nelle tentazioni dei demoni, nella proposizione di un incubo che non finisce neanche con il sorgere del sole e con il passare degli anni.

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I Peccatori è un horror intelligente, profondo e divertente

I Peccatori è un film che coniuga sapientemente la componente horror con una narrazione votata a costruire un messaggio abbastanza complesso e articolato da non risultare banale, scontato o didascalico.

Coogler infatti non spiega mai e non si lascia sedurre dalla possibilità di mostrare i vampiri come bianchi suprematisti e mostruosi, ma decide di ampliare l’orizzonte in modo intelligente e meno definito senza rinunciare a intrattenere.

Nonostante il ritmo basso, il prodotto con Michael B. Jordan nei panni dei due gemelli protagonisti è bellissimo da vedere, divertente e affascinante dal punto di vista del genere horror per il modo in cui viene proposta l’idea di terrore.

Perché in fondo, se le violenze e gli abusi sono agghiaccianti e paralizzanti, la scelta (o peggio la necessità) di abbandonare, come comunità, la propria cultura, la propria personalità, le proprie ambizioni e persino i propri peccati, assecondando il senso di superiorità del carnefice, rappresenta la morte di qualsiasi tipo di speranza.

Voto:7.5/10

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