Bugonia, recensione e analisi: dalla morte nascono le api

Yorgos Lanthimos con Bugonia è stato in grado di mescolare situazioni al limite dell’inverosimile alla commedia e alla satira sociale utilizzando uno stile visivo e cinematografico perfetto nel tenere lo spettatore incollato allo schermo a prescindere da un ritmo costruito su dialoghi e assurdità varie contestualizzate in una narrazione che trasforma il bizzarro in qualcosa di terribilmente concreto.

Il filmmaker greco realizza il remake di un film sudcoreano dei primi anni 2000, Jigureul Jikyeora! tornando a collaborare con Emma Stone, attrice che ha già diretto altre tre volte, guidato dalla sceneggiatura di Will Tracy e riuscendo a parlare al presente rimanendo in un contesto privo di riferimenti, in una produzione Focus Features che, per quanto si sia rivelata un flop al box office, ha meritato quattro candidature agli Oscar 2026.

La fantascienza di Bugonia è lo specchio della nostra realtà distorta da complottismi e ingenuità che diventano bombe ad orologeria e rappresenta, nella sua falsa premessa, l’ennesimo monito atto a ricordarci come esista un solo pianeta, da preservare.

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La trama di Bugonia

Teddy e Don progettano di rapire un’importante dirigente di un’azienda che lavora in ambito medicinale convinti che si tratti in realtà di un’aliena proveniente da Andromeda di stanza sulla terra per distruggere l’ecosistema in cui viviamo.

Riusciti nel folle piano e incatenata la donna nel seminterrato della casa in cui vivono, i due cercano di convincerla a farsi condurre sulla sua astronave madre per trattare direttamente con la famiglia reale della lontana galassia e mettere in salvo il pianeta Terra.

Non tutto però andrà secondo i piani e incredibili rivelazioni costringeranno il teorico del complotto Teddy a cambiare atteggiamento nei confronti della prigioniera, fino a un’escalation dalle disastrose conseguenze.

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Una commedia nera che racconta gli estremismi e invita alla riflessione

Bugonia è un’opera che, senza prendersi troppo sul serio, offre argomenti di discussione per cercare di decifrare la nostra contemporaneità da molteplici punti di vista, raccontando una storia bizzarra e assolutamente tragica in ogni sfaccettatura.

In un certo senso, quella di Lanthimos è anche un’operazione in qualche modo pericolosa, perché decide di scandagliare la costellazione del complottismo utilizzando l’arma dell’ironia, che come dimostrato dai Wu Ming con il loro Q (probabilmente e paradossalmente in parte responsabile della nascita della teoria cospirazionista di Q Anon), corre costantemente il rischio di diventare una lama a doppio taglio.

La sceneggiatura del lungometraggio assomiglia a tutti gli effetti a un’inesorabile discesa nel caos in cui, come ci ha insegnato L’Odio, il problema non sta mai nella caduta quanto nell’atterraggio, almeno per quanto riguardi i protagonisti.

Il sottotesto ambientalista accompagna il racconto della diffusione e della proliferazione delle teorie del complotto (qui una lista di lungometraggi che trattano la questione) e del problema della camera dell’eco al pari della riflessione sul potere delle grandi aziende e dell’ipocrisia che regna all’interno dei loro meccanismi e dei rapporti con clienti (o cavie), che troppo spesso diventano vittime di qualcosa di insormontabile e ingiusto.

Il risultato si configura come una commedia che non suscita risate quanto sorrisi amari scaturiti dalla constatazione di come una farsa possa divenire tragedia, in una spirale di cui abbiamo avuto tristi esempi nel caso del Pizzagate.

Un remake, Bugonia, quanto mai attuale e termometro di una società che deve fare i conti con il pericolo relativo alla mancata impollinazione delle api e con quello di una strumentalizzazione delle più strampalate teorie che nasconde giochi di potere dagli esiti infausti (ancora una volta, quanto sta accadendo in Minnesota nei primi giorni del 2026 è riconducibile a questo tipo di narrazione).

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Una lente statica che inquadra il mondo che va avanti

Per quanto concerne la realizzazione tecnica, Bugonia prende una strada completamente differente rispetto al tono della vicenda mantenendosi sobrio e delicato dall’inizio alla fine e concedendo un po’ di brio soltanto alla colonna sonora, bellissima, inquietante e ricca di pathos.

Nelle sequenze la camera si muove poco, lasciando che siano i personaggi a riempire la scena e a dare un minimo di dinamicità a quanto proposto dal lavoro di un regista che non ha bisogno di sorprendere artificiosamente preferendo lasciare lo spettatore attratto dalla pulizia con cui dirige gli attori e con cui imbastisce le inquadrature.

A proposito del cast, è straordinario il contributo di Emma Stone, che dà vita a una Michelle Fuller enigmatica e ambigua e che rimane credibile nella sua camminata orgogliosa e altezzosa così come quando chiamata a una zoppia sofferente e assolutamente realistica.

Buona anche la prova del resto degli interpreti, con Jesse Plemons che si lascia andare a tic e repentini cambi di umore e con l’esordiente Aidan Delbis che non sfigura e si dimostra all’altezza di un ruolo che serve a rendere ancora più tangibile la follia del personaggio del texano.

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Yorgos Lanthimos riesce a stupire ancora

Bugonia è un film bellissimo, che sa emozionare senza voler strappare lacrime facili e che si prende le sue libertà per ribadire concetti ancora troppo spesso presi sotto gamba dall’opinione pubblica, dai media e dalle istituzioni.

Una produzione, quella che ha debuttato al Festival di Venezia 2025 che avrebbe certamente meritato più attenzione da parte del pubblico e che ci ricorda l’importanza del genere fantascientifico, per quanto gestito qui in maniera atipica.

Lanthimos si conferma uno dei registi più importanti e coraggiosi dei nostri tempi, andando ancora una volta contro le tendenze per continuare a parlare un proprio linguaggio che riesce a essere, a un tempo, delicato e potentissimo.

Voto: 8.5/10

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