Bugonia: da Virgilio a Lanthimos, il mito della rigenerazione spontanea della vita

Distribuito sul grande schermo a ottobre 2025, Bugonia, l’ultima fatica del regista greco Yorgos Lanthimos, è una commedia nera che, rifacendosi alla pellicola sudcoreana Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, ma avvalendosi di una fotografia eccezionale e del contributo artistico impeccabile di Emma Stone, ha saputo farsi apprezzare dal pubblico e dalla critica.

Aggiudicandosi, così, ben quattro candidature agli Oscar 2026 – miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior attrice protagonista, come c’era da aspettarsi, e migliore colonna sonora, cosa, invece, meno scontata – la pellicola diretta dal filmmaker nato ad Atene, seppur diversa per complessità dai precedenti lavori del regista, riesce a intrattenere con la sua folle parabola discendente nel caos, lasciando lo spettatore a porsi interrogativi sulla società che abita e sul suo futuro.

Ma, tralasciando la trama del film e i temi portati in scena con pulizia chirurgica da Lanthimos, che, come già detto nella nostra recensione di Bugonia, ha saputo confermarsi come uno dei registi più coraggiosi della sua generazione, vogliamo oggi parlarvi del mondo che si cela dietro alla scelta del titolo del film.

Bugonia
Lanthimos
Emma Stone
Virgilio

Bugonia: il prodigio mitico raccontato da Virgilio nelle Georgiche

Bugonia
Lanthimos
Emma Stone
Virgilio

Quelli che tra i cinefili lettori di Torre 21 abbiano scelto di frequentare il liceo, mentre, affacciandosi alla temibile fase adolescenziale, tra crisi ormonali e personali, abbandonavano i banchi già traumatici delle scuole medie, forse ricorderanno il mito di cui stiamo per parlare.

Chi non abbia compiuto una simile scelta, risparmiando alla propria schiena in fase di sviluppo il peso del Castiglioni Mariotti o del temibile Rocci, forse avrà meno reminiscenze puramente scolastiche in merito al rito della bugonia, di cui ci parla in una delle sue opere più celebri, seconda solo all’Eneide, il poeta latino Virgilio: nel quarto libro delle Georgiche, infatti, Publio Virgilio Marone presenta al lettore il mito di Aristeo, responsabile, seppur involontariamente, della morte di Euridice, la ninfa amata da Orfeo.

Proprio a causa di questa sua colpa, imperdonabile per Orfeo, figlio della musa Calliope e capace di piegare a suo piacimento, col suono della sua lira, le leggi della natura, Aristeo, abile pastore e apicoltore allevato dal mitologico centauro Chirone, vede cadere morte a terra, una a una, le sue api.

Disperato per il nefasto accadimento, stando a quanto narrato dal poeta, Aristeo si sarebbe rivolto alla madre, la ninfa Cirene, per trovare una soluzione alla sua perdita: ella lo convince a farsi rivelare dal profeta mutaforma Pròteo, con la coercizione, si tenga ben presente, l’arte della bugonia, dal greco βουγονία, “nascita dal bue”.

Così, per chiedere perdono a Orfeo, il pastore innalza per lui degli altari propiziatori e sacrifica su di essi quattro dei suoi migliori tori, lasciandoli a decomporsi nei boschi: dalle carni del bestiame, infatti, stando a quanto appreso dalla divinità, rinasceranno i suoi sciami perduti.

Dalle Georgiche di Virgilio alla Georgia di Lanthimos: la missione di Aristeo e la rigenerazione della vita 

Bugonia
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Emma Stone
Virgilio

Mentre nel surrealista Povere Creature! il regista classe 1973 aveva dato una reinterpretazione femminista e grottesca del Frankenstein di Mary Shelley, in Bugonia si cimenta nel traslare la mitica vicenda di Aristeo nell’attuale stato della Georgia.

L’assonanza tra il titolo del poema didascalico d’ispirazione e il nome dello stato scelto come ambientazione della pellicola non stupisce: confinante con la Florida, il Tennessee, l’Alabama e la Carolina, lo stato con capitale Atlanta è uno tra i più vocati all’agricoltura degli USA.

Così, non a caso, Lanthimos sceglie di fare di Teddy Gatz il suo moderno Aristeo: mentre è costretto, per necessità di vario genere, a lavorare nell’azienda farmaceutica Auxolith, il ragazzo vive in campagna, dove si dedica con meticolosità anche all’apicoltura.

Ma, se nel mito narrato da Virgilio la scomparsa degli sciami va ascritta a una punizione divina, nel caso di Teddy le cose si fanno più complicate: il divino lascia spazio all’alieno, almeno nella mente del ragazzo, il quale imputa a una razza extraterrestre l’epidemia che sta decimando gli alveari e la stessa infausta sorte del genere umano.

Perseguitato dall’eco dei suoi traumi, mai elaborati e superati, e dall’ossessione complottista che lo tiene sotto scacco, Teddy non può far altro che cercare le risposte alle domande che lo affliggono con la forza della sua personale razionalità e della coercizione: come nelle Georgiche, infatti, imprigiona la figura proteiforme, in questo caso mutata in leonessa dalla fulva criniera, capace, a suo avviso, di rivelargli come porre fine al disfacimento del pianeta, dando nuova linfa alla natura, protagonista indiscussa, con la sua forza dirompente, tanto del poema latino quanto del lungometraggio del 2025.

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