Scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, La Sposa! è un thriller fantascientifico uscito in sala il 5 marzo 2026: il soggetto portato in scena dalla regista newyorkese trae ispirazione dal film del 1935 La moglie di Frankenstein, diretto da James Whale, cui molto caro era il mostro redivivo, e, chiaramente, dal romanzo di Mary Shelley, nel quale la compagna della creatura non vede mai la luce.
In questo lungometraggio, che ha potuto contare su un cast memorabile, nel quale figurano l’irlandese Jessie Buckley nel duplice ruolo della protagonista e della scrittrice nata Mary Wollstonecraft Godwin, Christian Bale nei panni di Frankenstein e il fratello della regista, Jake Gyllenhaal, che interpreta la stella del cinema Ronnie Reed, si da spazio alla nascita e alla crescita personale del personaggio che la Shelley, nelle sua opera, lascia distruggere dal suo creatore prima di dargli vita.
Dopo avervi parlato della poetica versione del mito di Frankenstein firmata da Guillermo del Toro per Netflix, torniamo oggi a parlare di vita e morte, normalità e mostruosità, accettazione ed emarginazione presentandovi la recensione della pellicola distribuita in Italia dalla Warner Bros.

La Sposa!: trama del lungometraggio firmato da Maggie Gyllenhaal

Il film si apre con la scrittrice britannica autrice del più famoso romanzo gotico della storia della letteratura che spiega al pubblico perché non avesse dato vita e spazio alla creatura femminile in un ipotetico secondo racconto: stando a quanto ci racconta l’onirica versione della Shelley, morta nel 1851 per quello che si ritenne a posteriori un tumore cerebrale, la malattia non le consentì di dar sfogo alla sua creatività.
La pellicola prosegue, dopo il prologo, spostandosi nella Chicago del 1936: la giovane prostituta Ida, delirante, si prende la libertà di sbeffeggiare pubblicamente il boss Vito Lupino in uno dei suoi locali. Non potendo lasciar passare impunita la plateale sceneggiata, il capomafia la manda a redarguire dai suoi scagnozzi: nella lite con i due, la giovane perde l’equilibrio, rovinando irrimediabilmente per le scale.
Qualche giorno dopo, la creatura nata per mano del dottor Frankenstein, ormai centenaria, si reca nella città dell’Illinois presso lo studio della scienziata Cornelia Euphronious: stanco di vivere in solitudine, il mostro ha intenzione di farsi confezionare una sposa che possa alleviare le sue pene.
Accettato il folle piano, le vite tormentate di Frankenstein e della giovane Ida, dissotterrata e ridonata alla vita per mano della Euphronious, si intrecciano in quello che sarà un viaggio adrenalinico alla riscoperta del proprio io.
Il mostruoso femminile incarnato dalla fu Ida

Partiamo con le note dolenti: La Sposa! di Maggie Gyllenhaal non è il film dell’anno, non brilla per originalità nelle sue scelte stilistiche e, diciamolo chiaramente, in alcuni frame potrebbe risultare anche scontato, quasi prevedibile.
Ma, se è vero che questo lungometraggio, per cui la data d’uscita è stata posticipata più volte fino a essere pubblicato a ridosso della Giornata Internazionale della Donna, non folgora lo spettatore per sviluppo della trama o per la fotografia, è altrettanto onesto ammettere che la seconda opera dietro alla macchina da presa della filmmaker statunitense sia interessante sotto svariati punti di vista.
Innanzitutto va ricordato che nella pellicola degli anni ‘30 da cui prende ispirazione la Gyllenhaal la sposa di Frankenstein, nonostante il titolo scelto da Whale, prende parte alla rappresentazione per pochi attimi, senza avere alcuna battuta. Mentre qui, la regista decide di ribaltare la situazione e uscire dal paradosso: Ida, o quella che fu Ida, ruba la scena a tutti, Christian Bale compreso, con il suo look e la sua attitudine decisamente punk, e rivendica fortemente, con una presenza scenica per la quale va tutto il nostro plauso alla Buckley, il suo ruolo da protagonista.
E, a proposito di immagine, è doveroso, da parte nostra, congratularci per le scelte audaci di Sandy Powell, già pluripremiata agli Oscar per il suo egregio lavoro di costumista in pellicole del calibro di The Aviator di Scorsese e Shakespeare in Love di John Madden, e per il lavoro svolto nel dare una veste adeguata al carattere ribelle e provocatorio della Sposa.
Inoltre, anche se alcuni passaggi potrebbero risultare forzati e artificiosi, nonostante l’azzeccatissima colonna sonora curata dall’islandese Hildur Guðnadóttir, è importante tenere a mente l’ambientazione, siamo negli anni ‘30, in piena crisi economica e politica a livello globale, e dar voce non a un personaggio, ma a un’intera categoria, quella femminile, zittita, bistrattata e ritenuta sempre non uno, ma almeno due gradini più in basso, non credibile, ma al contempo sbalorditiva e preoccupante quando indossa le vesti della conoscenza, o del potere, non può non creare lo spazio per la riflessione.
La Sposa come simbolo: la voce di chi vive forzatamente al margine

Nei suoi 126 minuti, la pellicola diretta da Maggie Gyllenhaal riesce, come detto, in quello che la Shelley e il regista di La moglie di Frankenstein non erano riusciti: dare vita, prima, e dare voce, soprattutto, alla figura femminile rediviva.
Questa decisione, che muove l’intero sviluppo del film, è tanto importante quanto simbolica: la Sposa, tornata alla vita senza il suo consenso, per scelta di altri che nulla avevano a che fare con la donna che fu, può così, in maniera stridente e dissonante, rivendicare le sue future mosse, prendere posizione, compiere scelte autonome e preferire di no.
Ma non si ferma qui: oltre a divenire voce e simbolo di un movimento, quello femminile, nella fattispecie, la sposa di Frankenstein riesce a divenire emblema degli emarginati e dei dimenticati.
Quella che fu Ida porta con sé, nel viaggio interiore alla scoperta del suo Io più autentico, il dramma di tutte quelle persone che, perché diverse, perché non conformi, perché sì, anche ripugnanti e biasimevoli, la società rilega al margine, in quanto scomode e spaventose.
Il femminile, in particolare, diviene mostruoso, come nel saggio di Jude Doyle, perché non resta nel canone, non segue la via indicatogli, osa spingersi oltre e rompere schemi e pregiudizi imposti da una società costruita non a sua misura.
E, allo stesso modo, anche il diverso fa paura, perché non è incasellabile, non risponde alle norme, ai criteri, ai dogmi e anche al gusto della collettività predominante.
Il film della Gyllenhaal merita di essere guardato?

Senza dilungarci oltre, ribadendo che La Sposa! non è un film perfetto o impeccabile, che a volte scivola nel grottesco e anche nell’assurdo, che potrà sicuramente dividere e non convincere tutti, siamo qui a dirlo a gran voce: la pellicola scritta e diretta da Margalit Ruth Gyllenhaal è intrigante e rilevante non tanto per ciò che riesce a portare sul grande schermo, quanto per il varco che riesce ad aprire nelle nostre convinzioni e nei nostri preconcetti.
La Sposa! potrebbe essere il punto di partenza per riflettere, ancora una volta, su come il pregiudizio possa isolare e far male, su quanto le forti personalità femminili abbiamo sempre incusso timore e siano finite per essere demonizzate e messe al rogo, concretamente o solo idealmente e sul modo in cui lo status quo possa essere sovvertito e scardinato con la forza dirompente della parola.

Voto: 7.5/10
