Vladimir: spiegazione del finale e analisi dell’irriverente serie Netflix

Basata sull’omonimo romanzo di Julia May Jonas – scrittrice statunitense che si è occupata anche dell’ideazione dello show per NetflixVladimir è una miniserie drammatica e comica al contempo con Rachel Weisz e disponibile sulla piattaforma di streaming dalla N rossa a partire dal 5 marzo 2026.

Il personaggio femminile principale, interpretato dalla britannica già premio Oscar come miglior attrice non protagonista in The Constant Gardener di Fernando Meirelles, resta senza un nome per tutti gli otto episodi e fino all’epilogo della vicenda: rompendo la quarta parete, la protagonista della storia portata sullo schermo passa dal vivere le sue giornate tra il college, dove insegna scrittura creativa, e le mura domestiche, al parlare direttamente allo spettatore, come in un flusso di coscienza privo di freni inibitori.

Nonostante la scelta non sia innovativa, ne abbiamo un esempio, restando in ambito di serie tv al femminile, con Fleabag di Phoebe Waller-Bridge, l’escamotage tecnico di lasciare che la protagonista indossi le vesti di narratrice diretta della storia è funzionale per lo sviluppo dell’opera e soprattutto per il suo significato intrinseco, che andremo a esaminare in questo articolo, avvisandovi fin da subito degli spoiler che incontrerete proseguendo nella lettura.

Vladimir
Spiegazione finale
Vladimir finale
Letteratura
Serie

La trama di Vladimir

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Spiegazione finale
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M, così viene identificata la protagonista della serie, è una professoressa di letteratura di mezz’età del college: sposata con John, ex presidente della sua stessa facoltà in attesa di essere giudicato per le sue passate promiscue relazioni con delle studentesse, e madre di Sid, una giovane avvocata queer che vive con la compagna a New York, la donna è in crisi perché sente di aver perso il ruolo di colonna portante nella vita dei suoi cari.

Quando il giovane e aitante Vladimir Vladinski fa la sua comparsa nel campus come nuovo docente del dipartimento di Inglese, la donna rimane profondamente colpita dal collega, tanto da sviluppare nei suoi confronti un ossessivo desiderio carnale.

Mossa dalle piccanti fantasie ricorrenti che la spingono verso Vladimir, la donna si concede azioni che mai avrebbe pensato di poter anche solo immaginare, lasciando cadere la rigidità accademica di cui si era vestita fino a quel momento e riscoprendosi come padrona di sé e della sua vita individuale.

La rottura della quarta parete: M non ha un nome, ma ha un pubblico

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Spiegazione finale
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Scritta dalla stessa autrice del romanzo su cui si basa, la serie tv Netflix che intreccia ossessione e riscoperta di sé e del proprio talento personale attraverso il personaggio interpretato da Rachel Weisz, è un prodotto interessante sotto diversi punti di vista.

Nonostante di primo acchito possa passare per l’ennesimo stereotipato romance, Vladimir è molto di più: sia chiaro, non stiamo parlando di un capolavoro contemporaneo pensato per il piccolo schermo, ma il modo in cui l’ossessivo desiderio della protagonista, che si fa anche narratrice, rompendo la quarta parete e rivolgendosi direttamente al pubblico con frasi piccate e irriverenti, viene portato in scena è decisamente ben studiato.

Il desiderio femminile, infatti, è stato troppo spesso messo a tacere, trattato come fosse poco rilevante, etichettato e gestito come fosse un tabù da celare e nascondere: in Vladimir, la protagonista, per giunta non più nel fiore degli anni, ci sbatte in faccia, senza mezzi termini, in maniera quasi disturbante, come, per citare le sue stesse parole, la rabbia le provenga, da sempre, dalla vagina.

L’istinto umano, che non ha sesso, è il fuoco che muove ogni individuo e che lo spinge, tralasciando per un momento la sfera sessuale, a realizzare il proprio io e le proprie aspirazioni: attraverso il desiderio, M riscopre sé stessa e la propria innata propensione verso la scrittura, finendo per riportare al centro dell’attenzione, sua e del pubblico, quanto sia importante nutrire la propria natura e le sue pulsioni per giungere al pieno sviluppo del proprio progetto di vita.

Partendo dalla spinta che la muove nel basso ventre, M si eleva al di sopra della considerazione e del giudizio altrui, lasciando emergere il proprio temperamento: come esplicitato nel finale, prima che la casa al lago prendesse fuoco, la donna non ha intenzione di rinegoziare gli accordi che tengono in piedi il suo matrimonio, né di cedere alla richiesta di calendarizzare i suoi incontri clandestini col suo giovane collega russo, ma si propone solo di portare a termine il proprio romanzo per realizzare, finalmente, ciò di cui lei ha bisogno.

I titoli degli episodi come esplicito omaggio alla letteratura femminile americana

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Spiegazione finale
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Così la letteratura, e, in particolare, quella femminile americana, è protagonista, quanto M, della serie tv ideata da Julia May Jonas e diretta da Shari Springer Berman e Robert Pulcini (episodi 1, 2, 8), Francesca Gregorini (episodi 3, 6, 7) e Josephine Bornebusch (episodi 4 e 5): partendo dall’ambientazione, il dipartimento di Inglese del college di provincia in cui insegna la nostra protagonista, passando per le librerie colme di volumi sempre in vista in ogni passaggio, la letteratura permea ogni minuto dell’opera.

In particolare, poi, la scelta dei titoli degli episodi esplicita questo ruolo centrale: cominciando con il romanzo gotico di Shirley Jackson, l’autrice americana che Stephen King tanto ha a cuore, “We Have Always Lived in the Castle” che dà il titolo al primo episodio, la strada percorsa dalla May Jonas è chiara.

In ordine, vengono poi omaggiate:

  • la scrittrice considerata precorritrice del femminismo del XX secolo, Kate Chopin, con il suo “The Awakening”, opera che si concentra sulla liberazione interiore della donna negli Stati Uniti d’America d’inizio Novecento
  • la scrittrice, poetessa e attivista newyorkese Grace Paley, che con la sua raccolta di racconti “Enormous Changes at the Last Minute” offre uno spaccato della vita nel Bronx, non dimenticando di porre l’attenzione su come la volontà di cambiare lo status quo passi per nobili proponimenti ma sia piena di risvolti tragicomici
  • l’autrice nata a Lexington, Mary Gaitskill, che con il suo “Bad Behavior”, anche in questo caso una raccolta di racconti, porta sulle pagine stampate, passando dal punto di vista maschile a quello femminile, tematiche scottanti, che spaziano dalla sessualità, anche nelle sue forme meno socialmente accettate, alle dipendenze
  • la giornalista, scrittrice e saggista Joan Didion e il suo secondo romanzo, “Play It As It Lays”, che racconta la turbolenta vita dell’attrice trentunenne Maria Wyeth, internata in una clinica psichiatrica di Los Angeles per un esaurimento nervoso
  • la scrittrice, poetessa e drammaturga americana Joyce Carol Oates e il suo “Because It Is Bitter And Because It Is My Heart”, un romanzo crudo nel raccontare l’intreccio delle vicende di due giovani donne ad Hammond negli anni ‘50, unite da un omicidio compiuto per legittima difesa e distanti per estrazione sociale ed etnia
  • la principale esponente del genere gotico sudista, l’autrice americana Flannery O’Connor e la sua raccolta di storie intitolata “Everything That Rises Must Converge” che esplora le tensioni razziali, i conflitti generazionali e i cambiamenti sociali nel profondo sud statunitense, mettendo in dialogo e a confronto le idee progressiste di un giovane e l’introiettato razzismo della madre
  • la filosofa, storica e scrittrice nata nella Grande Mela Susan Sontag e il suo “Against Interpretation”, in cui, attraverso diversi saggi, esplora la cultura alta e quella popolare, passando da Dostoevskij ai Doors, con la premessa che cercare di interpretare l’arte in ogni sua forma sia un’impresa inevitabilmente sterile.

Come finisce Vladimir?

Vladimir
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Ma, in conclusione, come si chiude la storia di M in Vladimir? La casa al lago di sua proprietà e nella quale aveva deciso di scappare per vivere la sua avventura romantica e passionale col giovane collega oggetto dei suoi ossessivi desideri prende fuoco per via del malfunzionamento di un piccolo calorifero portatile.

La donna, piuttosto che seguire il marito e Vladimir verso la porta più vicina, quella che però era solita bloccarsi, decide di gettarsi verso le fiamme per salvare il suo manoscritto, la cosa più cara per lei in quel preciso momento della sua vita.

La scelta di proteggere il romanzo a discapito della propria incolumità, si rivelerà, in realtà, l’unica sensata e funzionale allo scopo di mettersi in salvo: M, con in mano i suoi quaderni, può dirigersi verso la porta principale e uscire dalla casa, a differenza di John e Vladimir, in una sorta di metafora di come la sua ritrovata indipendenza e il concentrarsi sulle proprie inclinazioni rappresenti linfa salvifica.

In questo modo M prende in mano le sue sorti, distaccandosi dall’immagine di donna sempre pronta ad assecondare le scelte e le intenzioni maschili, anche a costo di sacrificare la sua felicità, e porta a compimento il suo personale processo di emancipazione.

L’episodio si conclude con la protagonista che si rivolge direttamente al pubblico: la donna prevede che il suo nuovo romanzo, che racconta dell’ossessione di una professoressa di mezz’età verso il suo giovane collega, venderà molto di più del libro di Vladimir, che darà la sua interpretazione, più tenera e meno matura, dell’accaduto e rassicura gli spettatori, che assistono all’incendio dell’abitazione, sul suo proposito di chiamare i soccorsi per salvare tutti. Ma ci sarà da fidarsi? Non è dato saperlo, il sipario si chiude e si conclude così una miniserie che vale la pena di guardare anche solo per tutti i riferimenti letterari che nasconde tra le righe della vicenda.

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