Zora la Vampira, recensione: il Conte Dracula contro i centri sociali

Horror, commedia, satira sociale e hip hop: un mix di ingredienti decisamente peculiare e che tradisce il desiderio di sperimentare e di raccontare una storia surreale dall’inizio alla fine e ricca di spunti interessanti esplorati in maniera personale.

Zora la Vampira, film del 2000 diretto dai Manetti Bros. e interpretato da una giovanissima Micaela Ramazzotti, da Carlo Verdone e da un nutrito gruppo di esponenti della cultura underground italiana dell’inizio del secolo, ha rappresentato, grazie al suo approccio poco convenzionale e a dispetto degli evidenti limiti tecnici, una boccata d’aria fresca per il cinema italiano.

Dopo aver condiviso una nostra lista di film old school che raccontano in qualche modo l’hip hop, andiamo ad analizzare l’opera dei due registi romani capace di condurre in un viaggio dalla lontana e sinistra Transilvania fino ai centri sociali di Roma.

Zora la Vampira
Manetti
Manetti Bros.
Zora la Vampira recensione
Hip Hop

La trama di Zora la Vampira

Attirato da quanto mostrato dai programmi televisivi, il Conte Dracula, stanco di essere intrappolato in un’eternità decadente, decide di lasciare il proprio castello e la propria terra natia per trasferirsi in Italia.

La delusione relativa alle aspettative mancate una volta giunto a destinazione si trasforma presto in un nuovo entusiasmo quanto l’aristocratico vampiro si imbatte per caso nella writer Zora, riassaporando la passione e l’amore che gli mancavano da secoli.

Intanto, però, le scorribande della creatura della notte mietono vittime allertando le forze dell’ordine e due giovani rapper della capitale che si metteranno in moto per provare a fermare la scia di sangue ed evitare che Zora finisca tra le grinfie del mostro.

Zora la Vampira
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Hip Hop

Cuore, hip hop e inclusività 

Il film dei fratelli Manetti ricorda, raccontandola e rappresentandola anche nella sostanza, quella che è stata la scena hip hop italiana dell’epoca in cui il lungometraggio è stato prodotto, che, nel pieno di quella che fu definita una Golden Era, manteneva  quelle genuinità e ingenuità che sarebbero presto scomparse per lasciare spazio alle tristi e inesorabili leggi del mercato.

Zora la Vampira, è, in effetti, una sorta di esperimento in cui l’amore per un certo tipo di sottocultura underground viene espresso portando il pubblico in un percorso attraverso dinamiche sociali poco conosciute, sfruttando in maniera autoironica i pregiudizi esistenti rispetto a un mondo che, soprattutto in quegli anni, ha segnato il passaggio verso la via adulta e verso la socializzazione di ragazzi e ragazze di tutto lo Stivale.

Il racconto alla base della narrazione riprende le dinamiche del Dracula di Bram Stoker, con il famigerato Conte trasportato in era moderna e pronto a intraprendere un viaggio verso l’Italia, attratto da quanto trasmesso dai canali televisivi del nostro paese e dalla prospettiva di un’esistenza migliore.

In questo senso, l’opera, attraverso la metafora del mostro, straniero in tutti i sensi, affronta anche uno dei temi che sociali più discussi del periodo: il crescente flusso migratorio, soprattutto dai Balcani e dall’Est Europa, accese un confronto politico che ancora ai giorni d’oggi, con dinamiche differenti, continua a infiammare e a dividere la nostra comunità.

Dracula è, nel lungometraggio dei Manetti, un emarginato, incompreso persino da quella frangia di popolazione apparentemente più aperta alla contaminazione e pronta a includere in virtù dell’esperienza sulla propria pelle rispetto a pregiudizi e preconcetti e a una base idealistica ben definita.

D’altra parte, l’hip hop nasce in un contesto determinato che è necessario ricordare e che ha formato i primi messaggi, i significati e i significanti degli artisti che per primi hanno esplorato le quattro discipline e hanno dato forma a un’attitudine assolutamente riconoscibile prima dell’espansione commerciale e del successo mainstream.

E Zora la Vampira trasuda hip hop e si spinge nei meandri politicizzati e peculiari dei centri sociali delle nostre città, in cui le culture si incontrano, gli artisti più impegnati si mischiano malvolentieri a quelli in cerca di successo e individui e situazioni di solito al margine trovano spazio di espressione.

Peculiare e azzeccatissima, per esempio, la scelta di affidare a due tossici biascicanti e a tratti consapevoli della propria situazione il ruolo di narratori di una vicenda che, in questo modo, acquisisce toni onirici e ancora più misteriosi.

La commistione degli elementi musicali, comici e politici, fanno di Zora la Vampira una produzione originale e fuori dagli schemi per quello che era il panorama del cinema italiano dei primi anni del ventunesimo secolo come lo era stato Torino Boys (degli stessi autori) per la fine del precedente.

Zora la Vampira
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Hip Hop

Un cast misto e soluzioni tecniche semplici

Per quanto riguarda la realizzazione pratica, Zora la Vampira è un film che ribalta quello che potrebbe essere visto come un difetto in un pregio e in un motivo di riconoscibilità: il budget bassissimo e la scelta di utilizzare un cast per metà professionista e per metà preso dalla scena musicale sotterranea (Chef Ragoo, G Max, Lampa Dread, i Cor Veleno, Rude MC e Tormento) lo rendono infatti un prodotto dal sapore casereccio che decide di parlare a un pubblico specifico facendolo sentire a casa.

Gli interpreti contribuiscono a tutti gli effetti a dare carattere e personalità a un’opera girata con piglio semplice e che può vantare ambientazioni peculiari che riescono a regalare atmosfera e colore alla vicenda.

Una menzione speciale deve essere per forza dedicata alla colonna sonora che spazia dall’hip hop al raggamuffin presentando dei cult del genere e saturando la narrazione con un ritmo e un’inclinazione che parla ai puristi.

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Hip Hop

Una piccola perla all’italiana

Zora la Vampira è una produzione che si rivolge agli appassionati e che li accontenta in maniera naturale, senza artifici architettati specificatamente per raggiungere l’obiettivo.

Per struttura e temi ricorda opere quali Attack the Block o Vampires vs the Bronx, per quanto dall’apparenza meno sofisticata e patinata rispetto ai due teen movie rispettivamente di Joe Cornish e Oz Rodriguez.

Quello dei Manetti è un film che, a distanza di anni, merita di essere riscoperto per ricordarci come certi temi siano in cima all’agenda politica ormai da troppo tempo, nonostante cambino alcune sfumature della retorica associata a essi, e per riconoscere il giusto merito a un pezzo di cultura (anche italiana, nonostante quanto dicano in molti) che ha forgiato un pezzo della nostra società.

Voto: 7.5/10

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