Stephen King è certamente un esperto di scenari terrificanti e di orrori più o meno concreti con cui l’umanità è chiamata a confrontarsi nei propri incubi personali e all’interno del complesso sistema della società.
In una recente intervista con il Times di Londra, l’autore ha avuto modo di discutere di diversi argomenti rivelando indirettamente di essere più preoccupato delle malattie degenerative del cervello che dei possibili sconvolgimenti dei lavori creativi a seguito del dirompente avvento dell’intelligenza artificiale.
Dopo aver raccontato di quella volta in cui Tabitha ha recuperato Carrie dal cestino della spazzatura, torniamo a occuparci del Re dell’horror per condividere le sue parole a proposito di due argomenti estremamente lontani ma simili nella loro capacità di generare ansia e paura.

Stephen King sulla paura dell’avvento della demenza senile e sull’impatto dell’intelligenza artificiale in campo creativo
In occasione dell’avvicinamento della pubblicazione di due adattamenti cinematografici dai lavori dello scrittore del Maine, La Lunga Marcia e The Running Man (remake del film uscito in Italia come L’Implacabile) e dell’uscita di The Life of Chuk, il prestigioso quotidiano britannico ha proposto sulle sue pagine una corposa chiacchierata con King in una specie di flusso di coscienza dai tanti spunti e in grado di definire meglio le preoccupazioni del classe 1947.
Riferendosi a The Life of Chuck e al fulcro della storia l’autore della saga de La Torre Nera ha cominciato:
Ho scritto una storia sulla fine del mondo. C’è una parola specifica per questo concetto, ma non riesco a ricordarla. È l’idea secondo cui noi conteniamo il mondo e il mondo sparisce quando noi spariamo. C’è un termine per questo ma non riesco a ricordare quale sia
Il pensiero dell’intervistatore a proposito dello scrittore Terry Pratchett e dei suoi problemi di demenza ha spinto quindi King a continuare aprendosi sulla paura riferita a quel tipo di problema:
È quello di cui ho paura. Sono spaventato che possa accadere a me e ogni volta che non riesco a ricordare una parola mi dico: ‘Questo è l’inizio’

In seguito, tra una domanda e l’altra, l’attenzione si è posata sulla questione dell’intelligenza artificiale e del modo in cui possa influire sul lavoro degli artisti, trovando lo scrittore molto più tranquillo:
Non mi interessa troppo l’intelligenza artificiale. I miei figli sono entrambi scrittori… e sono entrambi molto attenti all’intelligenza artificiale e a quanto possa essere terribile per gli autori. Io penso semplicemente che sia scontato che le persone scriveranno prosa migliore rispetto a un qualche tipo di intelligenza automatizzata
Proseguendo sull’analisi e interrogato sul pensiero che l’IA non potrà mai pareggiare l’esperienza umana ha quindi specificato:
Non ho detto questo. Penso che una volta che esisterà un tipo di intelligenza in grado di autoreplicarsi, una volta che imparerà ad autoistruirsi, che non sarà più una questione di input umano e una volta che avremo insegnato all’IA a scrivere un romanzo, un buon romanzo, allora sarà tutta un’altra storia.
Mi piace pensare che potrò stare al passo con l’IA nel tempo che mi resta
Legando insieme i due pensieri si può certamente comprendere il punto di vista di un uomo consapevole della propria età e prima di tutto impaurito dal fatto che la vecchiaia possa portargli via gli strumenti per trasferire su carta i frutti della sua immaginazione, piuttosto che preoccupato da sconvolgimenti tecnologici che ritiene ancora troppo lontani nel tempo.
Fonte: The Times
