L’Implacabile, recensione: Schwarzy alle prese con un violento reality distopico

L’Implacabile, titolo italiano di The Running Man, è un film di fantascienza action liberamente tratto dal romanzo che Stephen King ha pubblicato sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, diretto da Paul Michael Glaser e che vede protagonista Arnold Schwarzenegger.

L’opera, dai toni e dalla trama completamente differenti rispetto al romanzo dell’autore del Maine, presenta tutte le caratteristiche del cinema di genere degli anni ’80 del secolo scorso in un mix di timore per il futuro e azione caciarona votata al più puro e semplice intrattenimento e decisa a sfruttare tutto il carisma del sette volte Mr. Olympia.

Dopo aver proposto la nostra recensione di 1997: Fuga da New York, andiamo dunque a scoprire, a quasi quarant’anni dal suo debutto, pregi e difetti della produzione distribuita dalla Tri-Star Pictures.

L'Implacabile
The Running Man
Stephen King
Arnold Schwarzenegger

La trama de L’Implacabile

Nel 2017 gli Stati Uniti d’America sono diventati uno stato di polizia che sfrutta il mezzo televisivo per tenere sotto controllo la popolazione attraverso l’uso di una propaganda estremizzata e di programmi dall’alto tasso adrenalinico.

Ben Richards è un ex militare che, incastrato e imprigionato dopo essersi rifiutato di aprire il fuoco su una folla di manifestanti pacifici, evade dalla sua prigionia finendo però per essere riacciuffato e scelto per essere il concorrente di The Running Man, uno show in diretta in cui dei carcerati devono lottare per la propria vita in cambio della libertà.

In una lotta per la sopravvivenza che appare senza speranza, Richards si ritrova ad affrontare gli sterminatori del gioco cercando allo stesso tempo di rendere quella sua battaglia un modo per aiutare il mondo civile a prendere consapevolezza delle bugie propinate dal sistema.

L'Implacabile
The Running Man
Stephen King
Arnold Schwarzenegger

Tanti temi importanti oscurati dai muscoli di Schwarzy

Quello di una distopia dittatoriale in cui l’intrattenimento diventa parte della narrazione del potere riuscendo allo stesso tempo a distrarre i cittadini e a desensibilizzarli alla violenza fu un argomento ampiamente dibattuto in diverse opere di quegli ultimi vent’anni del ventesimo secolo caratterizzati da una crescente sfiducia nella politica e nella sostenibilità di un sistema economico che cominciava a mostrare con prepotenza tutte le sue contraddizioni.

Ne L’Implacabile, l’ambientazione mette il focus sul ruolo della televisione e sulla nascita di nuove tecnologie capaci di distorcere la realtà a uso e consumo di un potere cinico e privo di qualsivoglia paletto etico, portando sullo schermo una società costruita tanto sulla menzogna quanto sull’indifferenza delle stesse vittime.

La violenza e la sua spettacolarizzazione, come già in Rollerball, vengono gettate in pasto agli spettatori, sempre più dipendenti dal medium e ormai del tutto assuefatti al sangue e all’idea di una dignità umana che, piuttosto che essere un diritto, debba essere conquistata prima nella vita e poi, al limite, sul campo da gioco.

Il pubblico dei diversi reality show ante litteram del film pende dalla bocca di presentatori affabili ed è ammaliato da personaggi che dietro l’apparenza circense rimangono esecutori e primi difensori di uno status quo iniquo in cui intrattenimento e gadget vari rappresentano le briciole da dare in pasto alle masse.

Il lungometraggio sceneggiato da Steven E. de Souza, lineare e coerente nel suo svolgimento, tende, invero, ad approfondire poco queste tematiche puntando più sulla presenza di un Arnold Schwarzenegger nel suo prime e sulla componente action del racconto, in quella che, a voler essere particolarmente buoni, appare quasi come una metanarrazione della storia.

L'Implacabile
The Running Man
Stephen King
Arnold Schwarzenegger

L’estetica anni ’80 che non passa mai di moda

Dal punto di vista tecnico e visivo L’Implacabile si dimostra del tutto coerente con i canoni tipici dell’epoca peccando probabilmente di originalità e rischiando a più riprese di trasformarsi in un b-movie dal budget importante  e con un protagonista d’eccezione ma riuscendo, a distanza di anni, a conquistare un fascino vintage che lo rende godibile anche oggi.

Poco riuscite alcune trovate nella scenografia e nei costumi (per quanto, forse, almeno quelle relative a questi ultimi potrebbero essere state funzionali al descrivere quanto il mondo della televisione fosse soltanto uno spettacolo fatto di plasticaccia, lucine e poco altro) che conferiscono un aspetto poco credibile e a buon mercato.

Molto suggestiva invece la colonna sonora di Harold Faltermeyer, autore dei temi principali di Beverly Hills Cop e di Top Gun e bravissimo nel cogliere i toni più oscuri del racconto con suoni elettronici che, ancora una volta, rimandano al momento storico in cui sono stati pensati.

Le scene d’azione, che avrebbero potuto rappresentare uno dei punti di forza del prodotto, sono purtroppo poco ispirate, tutte molto simili e non riescono a sfruttare l’idea dei campioni del network dotati di caratteristiche e personalità che sarebbero state divertenti da approfondire o, quantomeno, da portare in scena nei combattimenti.

L'Implacabile
The Running Man
Stephen King
Arnold Schwarzenegger

Da quando essere divertenti è diventato un difetto?

A conti fatti L’Implacabile è un’opera assolutamente divertente e che sembra quasi avere più senso oggi rispetto a quando sia uscita: al di là della poca attinenza con il lavoro di King e in attesa di poter vedere il remake firmato Edgar Wright, quello di Glaser è un prodotto troppo spesso sottovalutato e che, anche se considerandolo soltanto come un dirty pleasure, si lascia apprezzare per tutti i 101 minuti della sua durata.

Perché ci teniamo a ribadire che il fatto che un film sia votato principalmente all’intrattenimento non può e non deve in alcun modo essere una discriminante negativa per la sua valutazione, soprattutto quando la componente action e sguaiata viene incorniciata in un’idea interessante e ricca di spunti di riflessione.

Voto: 7/10

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