Una Battaglia Dopo L’Altra è la perfetta dimostrazione di come una trama che nasce da un pretesto banale e già visitato innumerevoli volte in diversi medium possa essere sviluppata in maniera intelligente, divertente e fresca grazie a un ottimo lavoro di scrittura e riesca a dare vita a un film ricco di carattere e cinematograficamente imponente.
Perché il fatto che l’idea della disperata ricerca della propria figlia in pericolo da parte di un padre non sia certo originale o sorprendente, diventa un dettaglio di poco conto e quasi irrilevante per lo spettatore di fronte alla monumentalità della messa in scena costruita da Paul Thomas Anderson e dai tecnici che hanno lavorato all’opera che vede protagonista Leonardo DiCaprio.
Il lungometraggio, ispirato dal libro Vineland di Thomas Pynchon, porta sullo schermo la sceneggiatura originale dello stesso regista di The Master in un prodotto autoriale mascherato da commedia d’azione che non si prende troppo sul serio e si permette di caricaturare i soggetti della narrazione tanto quanto lo stesso lavoro del regista losangelino.
Dopo aver condiviso la recensione di Civil War, scritto e diretto da Alex Garland, andiamo dunque a occuparci di un altro grande filmmaker degli ultimi trent’anni per proporre la nostra analisi di Una Battaglia Dopo L’Altra.

La trama di Una Battaglia Dopo L’Altra
Nei primi anni 2000 Pat Calhoun e Perfidia Beverly Hills fanno parte di un gruppo rivoluzionario di sinistra chiamato French 75 dedito alla lotta armata in difesa degli oppressi, a organizzare attentati contro banche e istituzioni e ad autofinanziarsi attraverso rapine mirate.
In seguito alla nascita della piccola Charlene, Perfidia, incapace di lasciare la sua vecchia vita e di lasciare indietro i propri ideali e ancora scombussolata dalla genitorialità, lascia la neonata e Pat, deciso a cambiare abitudini e stile di vita, per continuare a lottare per la giustizia sociale.
Dopo una rapina finita male, però, la donna viene catturata e finisce per fare i nomi dei suoi compagni a Steven Lockjaw, un uomo delle forze armate di cui aveva già comprato il silenzio con una notte di sesso e che utilizza le nuove informazioni per smantellare l’organizzazione terroristica.
Pat e Charlene riescono a fuggire e a essere ricollocati in un luogo sicuro grazie all’aiuto dei membri di French 75 che non sono finiti in manette, cominciando una nuova vita che sembra garantire la giusta sicurezza alla bambina.
Sedici anni dopo, però, uno degli attivisti rimasti in libertà viene trovato e, sotto minaccia, rivela la posizione dei due latitanti a Lockjaw, il quale organizza una missione per uccidere Pat, che ora si fa chiamare Bob e rapire Charlene, diventata ormai sedicenne e conosciuta sotto la nuova identità di Willa.
Mentre Willa verrà recuperata dagli ex compagni del padre, Pat/Bob, rimasto indietro dovrà trovare il modo di capire dove la rete di attivisti abbia nascosto la figlia prima che Lockjaw riesca a concludere la sua caccia.

C’è da ridere, anche se non ci sarebbe niente da ridere
A fronte di un titolo e di una premessa dai toni seri e impegnati, Una Battaglia Dopo L’Altra palesa immediatamente tutte le sue intenzioni incendiarie, che si concretizzano in un’ironia sicura e piccante più che nella discussione politica fine a se stessa.
E in questa sua peculiarità, che dimostra il coraggio necessario anche a far storcere qualche bocca, il film di Paul Thomas Anderson trova un grande punto di forza e un carattere che si sviluppa nel suo trasformarsi e nella sua capacità di cambiare linguaggio cinematografico durante i 162 minuti di girato senza mai snaturarsi.
Perché il film prodotto e distribuito da Warner Bros. non mette al centro della scena il conflitto tra Antifa e suprematisti, tanto chiacchierato nei salotti di tutto il mondo da risultare in discussioni dal sapore stanco e stantio, ma lo contestualizza in un vissuto quotidiano che in qualche modo lo rende tangibile mettendo in evidenza gli aspetti umani che stanno dietro la guerra ideologica.
Se la trama è, come detto, lineare e tutto sommato semplice, l’ottimo script che supporta e guida le immagini riesce a mutare la vicenda e l’atmosfera portando al pubblico momenti da thriller politico, da commedia degli equivoci, da dramma familiare, da racconto Pulp e da film d’exploitation senza mai perdere di credibilità anche grazie all’utilizzo di personaggi profondi, divertenti e sempre al limite della caricatura.
Di fianco al rivoluzionario invecchiato e in vestaglia, forse imborghesito e almeno in parte corroso dall’abuso di droghe di DiCaprio e al fantastico sensei di Benicio del Toro, c’è da segnalare il personaggio interpretato da Sean Penn e chiamato a rappresentare l’altra faccia della medaglia in un militare conservatore, razzista e arrivista che si fa sopraffare da istinti che tradiscono ipocrisia e conflitto interiore e da un autocompiacimento sconsiderato e ingenuo.
Anderson è in questo senso bravissimo, sia su carta che dietro la macchina da presa, nell’offrire un’ironia e un’autoironia (figlia probabilmente anche delle tante discussioni sul suo conto e sulla sua presunta difficoltà a realizzare opere capaci di portare numeri importanti al box office) che si adatta alla perfezione al racconto rendendolo ancora più godibile e scorrevole.

Lunghe sequenze, interpretazioni magistrali e una colonna sonora da urlo
Anche dal punto di vista registico, Paul Thomas Anderson si dimostra assolutamente coerente con la sceneggiatura presentando un lungometraggio abbacinante nelle sue sequenze più complicate e citazionista e irriverente in quelle che si prendono meno sul serio e che tendono a raccontare la parte più bizzarra di tutta la vicenda.
Le lunghe sequenze che conducono da uno spazio all’altro, i tagli di montaggio che separano spazio e tempo, e i movimenti di camera scorbutici di alcuni momenti, fanno tutti parte di un piano più ampio atto a posizionare il film sempre tra il serio e il faceto senza mai perdere di piglio autoriale.
Grande merito va, naturalmente, anche al lavoro fatto dagli interpreti e in particolare da uno Sean Penn che dà vita al suo cattivo attraverso l’uso smorfie e tic facciali e con una camminata che è eccezionalmente efficace nel raccontare la personalità di Lockjaw.
La fotografia ricercata e sempre di grande effetto si accompagna alla straordinaria colonna sonora curata da Jonny Greenwood che riempie lo schermo anche in modo apparentemente dissonante rispetto alle immagini, regalando un effetto straniante che la fa risaltare e che, ancora una volta, si accorda alla perfezione con il tono del prodotto.

Un film bellissimo, divertente e importante
Una Battaglia Dopo L’Altra è corposo e piacevole, divertente e interessante, realizzato secondo una precisa filosofia che, ispirando gli aspetti tecnici e di scrittura, si risolve in un’opera che dà senso all’idea di cinema come mezzo per raccontare una storia.
Paul Thomas Anderson, in una veste inedita, si dimostra ancora una volta un grande regista e un grande sceneggiatore prendendosi carico di costruire un film commercialmente appetibile anche avendo da sfondo la lotta politica e artisticamente maestoso nonostante la scelta di farsi beffe del concetto di cinema d’autore.
È un film, quello del figlio di Ernie Anderson, importante per Hollywood e per il racconto della contemporaneità per la sua volontà di liberare dal preconcetto che l’arte ben fatta debba necessariamente essere seria (magari anche noiosa), per la sua originalità in un panorama di copie e doppioni e per la sua attitudine nello schierarsi, apertamente ma in maniera velata, senza mai scadere nel didascalico, nel melodramma o nella propaganda.
Viva la Revolución!
Voto: 9/10
