Weapons, recensione: un inquietante viaggio nell’America suburbana

Con Weapons Zach Cregger è tornato all’horror dopo il buon successo ottenuto da Barbarian proponendo un film che pur utilizzando tutti gli stilemi classici, trova il modo di destrutturare il racconto portando sullo schermo qualcosa di assolutamente personale e diverso dal solito.

Per portare avanti un piano tanto ambizioso quanto complicato, il regista della Virginia si è lasciato ispirare da diversi maestri del terrore prendendo in prestito espedienti, linguaggi e atmosfere e adattandoli in un’opera dal gusto tutto nuovo che riesce pienamente nel suo intento di inquietare e tenere sempre lo spettatore sul chi va là.

Dopo aver condiviso la nostra recensione di Mandy, torniamo a occuparci di horror per andare ad analizzare il prodotto di un filmmaker che, in attesa del reboot di Resident Evil, si candida fortemente a entrare nel novero di quei nuovi autori che stanno dando nuova linfa al genere.

Weapons
Zach Cregger
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La trama di Weapons

La cittadina di Maybrook è sconvolta dall’improvvisa e misteriosa scomparsa, avvenuta nel pieno della notte, di diciassette dei diciotto bambini appartenenti a una precisa classe della scuola elementare locale.

Sotto accusa da parte dei genitori preoccupati e furiosi finisce, prima di chiunque altro, la maestra dei piccoli, Justine, costretta a più riprese a difendersi dal sospetto di essere in qualche maniera responsabile del terribile avvenimento.

Mentre la polizia brancola nel buio senza riuscire in alcun modo a venire a capo della questione,  la comunità in cerca di risposte dovrà fare fronte alle conseguenze a cascata dell’inspiegabile fuga notturna dei ragazzini svaniti nel nulla.

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Stephen King insegna, Zach Cregger trasforma a modo suo

L’horror messo in scena dall’occhio sapiente di Cregger fonda la costruzione della tensione e della paura su uno script diviso in capitoli che si occupano di seguire le vicende di un solo personaggio alla volta, in una narrazione per punto di vista che svela mano a mano tutta la matassa aggiungendo un pezzetto alla volta e lavorando con i flashback per completare il quadro.

Il risultato porta Weapons a sfruttare uno dei processi tipici dei racconti di King in cui la follia, diffondendosi a macchia d’olio su una piccola comunità, diviene il vero e concreto orrore con cui confrontarsi.

All’ombra della storia dei bambini, infatti, vengono poste sotto i riflettori diverse criticità della nostra società contemporanea che si generano o vengono evidenziate dall’antefatto da cui si sviluppa la vicenda.

Fondamentali, in questo senso, sono il tema della perdita, sempre più esplorato dalla Hollywood degli ultimi anni, e del conflitto per la sopravvivenza che intercorre tra figli e genitori in un crudo spaccato di quella che sia la lotta per determinare i propri spazi.

La risoluzione dell’enigma, lasciata soltanto alla seconda parte del film, sembra, a conti fatti, soltanto un espediente (azzeccato e coerente) per far tornare il tutto e, paradossalmente, per rassicurare il pubblico ricordando che si tratti soltanto di un’opera di fantasia.

Il tremendo senso di inquietudine che l’ambiguità del mistero riesce a innescare nel pubblico testimonia infatti la bravura di Cregger nel lavorare sulle componenti orrorifiche in modo almeno parzialmente nuovo e poco visto e il tentativo di esaminare il concetto che il vero orrore derivi da quella tensione vibrante e pulsante che accompagna la nostra società e dalle angosce personali che l’autore indaga con fare divertito.

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Il jumpscare consiste nel non farti saltare

Dal punto di vista della messa in scena, Weapons può contare su una regia ispirata che fa delle sequenze lunghe e lente una caratteristica vincente che costringe lo spettatore ad aggrapparsi alla poltrona e che non lascia mai completamente la presa.

Sono infatti diverse le occasioni in cui le scene che siamo abituati a vedere culminare in un jumpscare finiscano per restare mozzate del meccanismo che in troppi horror è diventato protagonista e unico reale motivo di spavento per continuare, piuttosto, a stringere la morsa avvicinandosi all’insostenibilità.

Se per quanto riguardi la narrazione Cregger deve tantissimo al Re dell’horror, cinematograficamente, soprattutto nella seconda metà del film, il lavoro del regista richiama a più riprese quello fatto nel corso della sua carriera da Sam Raimi, puntando tantissimo su un mix di gore e di bizzarria che riporta alla golden age del genere degli anni ’80 del secolo scorso.

Questa precisa scelta si sposa alla perfezione con un ritmo molto alto che, grazie anche alla suddivisione in capitoli, non si lascia andare a troppi tempi morti e rende il film amabilmente scorrevole per tutti i 128 minuti della sua durata totale.

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Un horror moderno dalla soluzione un po’ amara

Il film del regista classe 1981 è, in definitiva, un ottimo horror che sarebbe potuto essere superlativo con un finale più consono al tono della narrazione, meno sbrigativo e semplicistico e più incisivo.

Proprio come in tanti romanzi di King, infatti, Cregger sembra quasi non riuscire a trovare una conclusione che sia all’altezza di tutto il resto, affidandosi a un’ideache, pur nascondendo delle metafore, delude e lascia un po’ d’amaro in bocca.

A prescindere da questo, che alla fine dell’esperienza visiva diventa soltanto un particolare, i fan del terrore cinematografico troveranno nell’opera prodotta da Warner Bros. sotto l’etichetta New Line Cinema pane per i propri denti, potendo cullarsi sulla consapevolezza che dopo il Nosferatu di Robert Eggers il 2025 ha saputo offrire, con Weapons un altro grande tuffo nell’orrore.

Voto: 8/10

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