Per anni, fare cinema, e in particolare fare cinema di genere, in Italia, deve essere stato un compito davvero complicato e ingrato, tra budget ridotti, distribuzioni limitate e diffidenze e restrizioni rispetto a certi tipi di narrazioni e scenari.
A Classic Horror Story, in questo senso, è figlio di quella che potrebbe essere una nuova wave dell’industria del Bel Paese capace, dalla metà del ventesimo secolo fino ai primi anni ’90 di definire tendenze (e recepirle) e ispirare autori al di là del Mediterraneo grazie al suo coraggio nell’affrontare qualsiasi tipo di tema e alla bravura di filmmaker artigiani in grado di farlo a costi contenuti.
Il successo di pellicole quali Lo Chiamavano Jeeg Robot e l’avvento di piattaforme di streaming che permettessero una distribuzione diffusa e una visibilità anche a prodotti meno di massa e rivolti piuttosto a un’audience specifica, potrebbero essere le chiavi per una rinascita, che preveda per forza di cose passi falsi e mezzi insuccessi, di un movimento che ha rappresentato tantissimo prima essere sacrificato sull’altare del cinepanettone, della commedia senz’anima e dello stile da soap da condire con tematiche sociale spiattellate e banalizzate nei peggiori dei modi.
Roberto De Feo e Paolo Strippoli partono proprio dalla passione per l’horror (anche d’oltreoceano) e dal desiderio di denunciare la situazione e ribaltare in qualche modo le sorti della scena e portano sullo schermo un’opera tecnicamente ben realizzata e audace dal punto di vista narrativo che si fa manifesto dell’amore per il genere e della necessità di cambiare rotta.
Dopo aver condiviso la recensione di I Peccatori, torniamo a occuparci di horror, questa volta nostrano, per proporre il nostro pensiero a proposito dell’interessantissimo lungometraggio prodotto da Colorado Film, Rainbow e Netflix e distribuito sul servizio di streaming dalla N rossa.

La trama di A Classic Horror Story
Elisa, Fabrizio, Sofia, Mark e Riccardo stanno viaggiando verso la Calabria a bordo del vecchio camper di Fabrizio utilizzando l’idea del carpooling per ammortizzare i costi del viaggio e raggiungere il sud Italia.
Durante il percorso, però, qualcosa va storto e i cinque sconosciuti si ritrovano coinvolti in un incidente stradale risvegliandosi dopo diverse ore in un luogo assolutamente estraneo e lontano dalla strada che stavano percorrendo.
Con Mark ferito dall’incidente e il camper inutilizzabile, i protagonisti scendono dal mezzo per cercare aiuto ed esplorare la zona boschiva in cui sono stati misteriosamente catapultati e si accorgono di una casetta dall’aspetto caratteristico che si staglia sul paesaggio.
La permanenza forzata si rivelerà essere soltanto l’ultimo dei problemi del piccolo gruppo improvvisato quando degli inquietanti feticci nel bosco e l’arrivo di tre terrificanti uomini mascherati li costringeranno a rendersi conto di essere finiti in un incubo dai contorni surreali.

Il folk horror di casa nostra e una secchiata di sana metanarrazione
A Classic Horror Story si prefigge l’obiettivo di mettere in scena uno slasher vecchio stampo riprendendo elementi del folk horror e coniugandoli al contesto italiano, e in particolare calabro, omaggiando l’horror e allo stesso tempo prendendosi un po’ gioco dei cliché del genere.
Nel farlo, i due registi (anche co-sceneggiatori) giocano con il pubblico punzecchiandolo e stimolando la riflessione sullo stato della Settima Arte in Italia senza dimenticare la portata principale fatta di scene splatter, rituali oscuri e luoghi desolati, e preparando un plot twist ben orchestrato e tutt’altro che scontato che finisce per diventare la ciliegina sulla torta dell’intera produzione.
Evitando di parlare del finale, la sceneggiatura del racconto sa essere lineare e ricca di spunti chiamati a confondere il pubblico e a metterlo di fronte a uno scenario che richiama i vari Wrong Turn così come Midsommar e che su quella strada conduce lungo binari fin troppo conosciuti dai fan soltanto per cambiare rotta improvvisamente in tre fasi finali ben distinte e portatrici di altrettanti messaggi veicolati senza troppo didascalismo dai due filmmaker.
Il tema dell’influenza della mafia sul territorio è infatti chiaro e ripreso in maniera magistrale nella scena finale precedente i titoli di coda senza per questo rappresentare una morale ridondante, banale e con pretese di autorialità.

L’atmosfera degli anni ’70, l’esperienza, la tecnica e i mezzi del cinema contemporaneo
L’atmosfera del film è quella che tutti gli appassionati hanno imparato ad apprezzare da Non Aprite quella Porta fino a X- A Sexy Horror Story e viene delineata da una realizzazione tecnica di prim’ordine tanto dal punto di vista della regia quanto per quello che riguarda fotografia ed effetti visivi e pratici, entrambi di grande impatto.
Nonostante per gran parte del girato l’opera di De Feo e Strippoli assomigli soltanto alla copia di una copia (ma la cosa è assolutamente voluta), il risultato risulta comunque affascinante grazie all’ottimo lavoro dei due dietro la macchina da presa, al suggestivo uso di luci e colori che accompagna le sequenze e alla scelta di non esagerare la pressione sul pedale del gore, lasciando che l’intuizione e l’immaginazione operino al posto della lente dell’obiettivo.
Buona anche la prova degli attori e in particolare dell’interprete della protagonista principale, Matilda Lutz, final girl perfetta dall’inizio alla fine e già protagonista di diverse produzioni nazionali e internazionali.

Finalmente un horror italiano
A Classic Horror Story ha il merito di aver riportato sulla scena cinematografica globale un film horror italiano dopo anni (se non decenni) di vuoto assoluto: i tempi però sono cambiati da quando Lamberto e Mario Bava, Lucio Fulci, Pupi Avati e Dario Argento impressionavano con pellicole fuori dagli schemi, disturbanti, estreme e spesso anche ingenue.
Sono cambiati i mezzi e sono cambiati i gusti di un pubblico sempre più smaliziato e desideroso di essere stupito attraverso soluzioni tecniche e di script chiamate a non limitarsi al compitino di mostrare tonnellate di sangue e scene truculente incorniciate da atmosfere cupe.
Il lungometraggio prodotto da Netflix riesce a distinguersi travestendosi da quello che non è ma che poi, alla fine dei conti, finisce comunque per essere, riuscendo in questo modo a far convivere due anime in un horror che vuole essere un horror e che non si vergogna mai del suo essere un horror.
Voto: 7/10
