Condensare in un Blockbuster l’azione necessaria a intrattenere, il desiderio di denuncia del sistema mass mediatico e del potere delle corporazioni e le atmosfere tipiche dei libri di Stephen King (ci perdoni il compianto Richard Bachman) non può essere considerata un’impresa semplice neanche per un cineasta di talento come Edgar Wright.
E in effetti, con The Running Man (prodotto da Complete Fiction e Genre Films) , il bravissimo filmmaker che ha dato vita alla straordinaria Trilogia del Cornetto, riesce soltanto in parte nel suo tentativo di portare sullo schermo un lungometraggio efficace e chiamato a essere qualcosa di diverso rispetto al cult con Schwarzenegger (la nostra recensione de L’Implacabile) e capace di essere comunque memorabile e abbastanza potente da tenere buoni i Fedeli Lettori per le differenze, a dire il vero soprattutto nel ritmo, con l’opera del Re dell’horror.
Perché, in effetti, il racconto con Glen Powell nei panni di Ben Richards, che riesce a mantenere lo spirito di entrambi i suoi predecessori e a essere allo stesso tempo qualcosa di nuovo prendendo anche da una parte e dall’altra, risulta riuscito soltanto a metà, soprattutto considerate le importanti aspettative riservate a un’opera del nativo di Poole trasposta da una dello Zio Steve.

La trama di The Running Man
Ben Richards ha perso il lavoro e deve riuscire a trovare i soldi per le medicine necessarie alla guarigione della figlioletta e per fare in modo che la moglie non sia più costretta al suo lavoro poco edificante per riuscire a tirare avanti.
L’America del 2025 è infatti un posto difficile in cui vivere: le disparità sociali e la povertà dilagante sono lo specchio di un paese governato da corporazioni che l’hanno di fatto trasformato in un’azienda, in cui non c’è posto per il debole e per chi cerchi di rimanere fuori dal grande schema.
A tenere unita la nazione ci sono soltanto i mortali giochi a premi di un potente network televisivo che offrono una parvenza di speranza ai più disperati e morboso divertimento a tutti gli altri.
Non sapendo come far fronte ai propri problemi, Ben decide di partecipare a uno dei reality proposti dalla rete e viene scelto per prendere parte a quello più remunerativo ma anche più rischioso, The Running Man.

Un film di Edgar Wright che non sembra un film di Edgar Wright
Chiariamoci, The Running Man non è un brutto film, tutt’altro: la sceneggiatura funziona, le scene d’azione sono divertenti, il messaggio del film, gridato senza alcuna pietà, è potente e coraggioso e la trasposizione da King è abbastanza fedele.
Eppure, a proiezione finita, il sorriso soddisfatto post film di Wright è mancato, lasciando spazio alla strana sensazione di aver assistito a due opere distinte e realizzate con piglio diverso, una, ispirata e adrenalinica, rappresentata dalla prima metà e l’altra, decisamente meno forte, concretizzatasi nella parte restante e nel finale.
Se nella prima parte il filmmaker riesce (grazie anche a un ottimo lavoro di montaggio) a dare musicalità a una messa in scena che si sposa con la colonna sonora fino a trasformare davvero immagine e suono in qualcosa di unico e indivisibile, gli ultimi quaranta minuti della fuga di Ben Richards risultano piatti, poco sorprendenti e quasi frettolosi, tanto da sembrare quasi girati da un’altra mano.
A dirla tutta, la firma ipercinetica e autoriale di Edgar Wright sembra poco presente e persino difficile da individuare: il regista britannico, pur confezionando un prodotto di grande livello e in cui non mancano sequenze degne di nota decide, un po’ come già fatto con Ultima Notte a Soho, di scegliere una strada meno eccentrica nonostante il materiale di partenza concedesse ampi margini in tal senso.
Certo, si cresce e si matura stilisticamente e ogni cambiamento andrebbe sempre accettato fino a che possa essere considerato un’evoluzione, ma l’impressione è che Wright si sia quasi voluto frenare lasciandosi andare soltanto fino a un certo punto.
Discorso completamente diverso vale per lo script, che non fa prigionieri: le critiche a un sistema capitalistico spinto all’eccesso, al ruolo alienante e perverso dei mass media al servizio di aziende tanto potenti da farsi stato e all’indifferenza di una comunità in cui ognuno sia portato a mettersi contro l’altro sono esplicite e dirette come un dito medio rivolto alla telecamera.
Soprattutto in quest’aspetto, lo spirito del libro di King (e in parte anche del film con Schwarzy) è rispettato completamente e inserito nel migliore dei modi in un’ambientazione più moderna e molto più vicina alla nostra realtà, in cui le profezie di L’Uomo in Fuga sembrano essersi avverate, seppure in maniera edulcorata.

Una grande realizzazione tecnica e un ottimo cast, ma Schwarzenegger…
Il comparto tecnico di The Running Man funziona in tutto: bellissima e d’impatto la fotografia, intensa e sempre in primo piano la colonna sonora, azzeccatissimo e coinvolgente il ritmo tenuto durante tutta la durata.
A dispetto di un world building soltanto accennato e mai efficace fino in fondo, ci sono poi personaggi interessanti e peculiari, caricaturali al punto giusto e divertenti, perfetti per accompagnare il pericoloso viaggio di Ben.
In questo senso, sono sicuramente degne di nota l’interpretazione e la scrittura dell’anarchico ribelle interpretato da Michael Cera e della madre Victoria, protagonisti di alcuni dei momenti più esilaranti della produzione.
Convincente anche Glen Powell, ben calato nei panni dell’eroe fragile, agguerrito, onesto e gentile, a cui manca però il carisma dell’austriaco 7 volte Mr. Olympia e vero punto focale del primo film, certamente più ingenuo e caciarone di quello scritto da Edgar Wright e Michael Bacall.

The Running Man è un film diverso da L’Implacabile
In conclusione, The Running Man è un film che sceglie di rimanere fedele, per quanto possibile e i dovuti distinguo (niente spoiler) al materiale originale (simpatici anche gli easter egg dedicati a King) e di distaccarsi completamente dalla prima trasposizione per il grande schermo.
Di fatto sono passati decenni, è cambiato il cinema, è cambiato il pubblico di riferimento e ancora di più perché sceneggiatori e regista non sono, con tutto il rispetto per Paul Michael Glaser e Steven E. de Souza e per il loro lavoro, sulla stessa lunghezza d’onda.
The Running Man è un’opera più stratificata, ambiziosa e coraggiosa rispetto a L’Implacabile: un’opera che somiglia più a Una Battaglia Dopo L’Altra che al suo predecessore e che, pur non convincendo fino in fondo, intrattiene e costringe quasi lo spettatore a prendere una posizione forte, in linea con quanto fatto dal protagonista.
Perché in fondo, siamo noi i detonatori.
Voto: 7+/10
