Ve l’avevamo anticipato nella nostra recensione dei primi tre episodi di The Testaments, usciti sulla piattaforma di streaming Disney+ l’8 aprile e targati Hulu: saremmo tornati per recensire l’attesissimo sequel di The Handmaid’s Tale ed eccoci qui.
Con il decimo episodio, Tagli, reso disponibile il 27 maggio 2026, la serie ispirata dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood e creata da Bruce Miller – già padre sul piccolo schermo della serie madre con protagonista Elisabeth Moss nei panni di June -, lo spin-off che ci ha riportati a Gilead in chiave teen, ha concluso il primo passo verso quella che, tutti e tutte, sperano possa essere la liberazione definitiva degli uomini e, chiaramente e soprattutto, delle donne dalle rigide e cieche regole del sistema.
E sì, parliamo di primo passo, perché come annunciato sui canali social della casa di produzione, la seconda stagione si farà: già una settimana prima del finale di stagione, infatti, è stata diffusa la notizia ufficiale che lo show sarà rinnovato almeno per un secondo capitolo.
In attesa di avere una data, passiamo a parlare della prima ondata di episodi che hanno visto Agnes, Daisy e Zia Lydia protagoniste, rassicurandovi sul fatto che in questo articolo non troverete spoiler qualora non abbiate ancora guardato la serie.

La trama dello spin-off di The Handamaid’s Tale

Se i primi tre episodi di The Testaments ci avevano dato un primo sguardo sulle dinamiche che reggono Gilead dopo gli eventi che avevano visto protagonista June Osborne, l’ancella che fu DiFred e che cercò di rovesciare il sistema nella serie madre, e le sue compagne di detenzione a cielo aperto, con il procedere del racconto della prima stagione la storia scava nel passato e nel profondo dell’animo dei tre personaggi principali.
Agnes, cresciuta come figlia della famiglia MacKenzie, ci viene dipinta come una ragazza d’oro, che si affaccia alla vita che l’aspetta con l’avvento del menarca: la giovane, divenuta fertile, è pronta per l’imminente stagione dei matrimoni che lo Stato ha in serbo per lei, seppur i suoi turbamenti interiori, accresciuti dall’adolescenza, sembrino farsi crescentemente più prepotenti.
Zia Lydia, uno dei personaggi più forti e controversi introdotti nel Racconto dell’ancella, torna sulla scena nel nuovo show di Bruce Miller mostrando al pubblico, che tanto l’ha odiata, quali siano stati gli eventi che ne abbiano forgiato la tempra e il carattere a Gilead: attraverso una serie di flashback, ci viene infatti spiegato come sia stata lei a creare l’esercito delle Zie, mossa dall’istinto di sopravvivenza e, forse, da mire che potrebbero rivelarsi più nobili di quanto si sia creduto.
Infine Daisy, giunta dal Canada per mano di Mayday e investita del ruolo di “Ragazza perla”, cerca di abituarsi alle regole e alle convenzioni sociali che governano i territori che furono degli Stati Uniti d’America, spinta dal desiderio di vendicare la propria famiglia, o, quella che credeva lo fosse, e da un innato senso di giustizia e coraggio che sembrano disegnarla come la nuova eroina della storia.
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Sebbene la maggior parte degli spettatori della nuova serie prodotta da Hulu e ideata da Miller, con l’approvazione di Margaret Atwood – che ci concede un nuovo breve cameo nel finale di stagione, dopo la sua fugace apparizione in The Handmaid’s Tale -, non siano nuovi allo stato delle cose che reggono la Repubblica di Gilead, vuoi perché già conquistati dalle sei stagioni della serie originale, vuoi perché affascinati dalle pagine stampate firmate dall’attivista canadese, cominciamo col dire che la produzione ha fatto un buon lavoro nel presentare la situazione anche a chi non ne avesse mai sentito parlare.
Che questa serie sarebbe stata presentata in chiave più teen rispetto a The Handmaid’s Tale non è una novità e c’era anche da aspettarselo, viste le protagoniste adolescenti. Ma, a nostro avviso, nonostante la vicenda venga presentata principalmente dal punto di vista di Agnes e Daisy, con i tumulti e la carica ormonale che solo la pubertà può scatenare, lo show resta godibile anche da un pubblico più adulto: non mancano, infatti, scene crude e scossoni nella trama a cui ci aveva abituati la serie madre.
Sicuramente va fatto notare che sarebbe potuto essere migliore il lavoro fatto sul montaggio e, in particolare, sui tagli e nei cambi di scena, che si fanno notare e rendono l’esposizione meno fluida.
Il tutto può essere comunque trascurabile se ci si lascia ammaliare dalla calzante colonna sonora scelta e dalla perfezione sia dei costumi che delle inquadrature: queste ultime, infatti, con la loro geometrica perfezione fungono da richiamo al rigido schema di regole, gerarchie e convenzioni sociali che muovono il sistema dello Stato in cui le donne, come in The Handmaid’s Tale, vivono in funzione dei bisogni e delle scelte del sesso forte.
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Se la prestazione di Chase Infiniti può ritenersi buona nei panni della giovane Agnes, mossa da un carattere che scopre di avere per le sue origini familiari e dalla quale ci aspettiamo grandi cose nella seconda stagione, ci sentiamo di fare i complimenti a Mattea Conforti, classe 2006, la giovane attrice che presta il volto a Becka Grove.
Quello di Becka è, senza dubbio, il personaggio più complesso presentato nella prima stagione del nuovo show targato Hulu: la ragazza, figlia di un semplice dentista, lotta con il suo Io interiore che sgomita per venir fuori in una società, quella di Gilead, che spinge con veemenza per tarpare le ali all’individualità femminile che cerca di sbocciare.
La sua ricerca disperata di un modo per autodeterminarsi e tirar fuori quanto la muove dal petto la porteranno a scontrarsi con un mondo che non sarà clemente con lei: la prestazione della Conforti, capace di dar voce a un personaggio così intricato, resta quella maggior degna di nota.
Meno apprezzabile, per quanto ci riguarda, il doppiaggio del personaggio di Daisy in italiano: che non ce ne voglia Sara Ciocca, l’attrice e doppiatrice romana che ha prestato la voce nella trasposizione della serie per Disney Italia, ma ci sembra dissonante e a tratti stridente il tono assunto in special modo nelle scene cruciali e di svolta.
The Testaments: vale la pena guardare la serie sequel di The Handmaid’s Tale?

In conclusione, riteniamo che la serie, ideata dallo sceneggiatore cresciuto a Stamford con l’aiuto prezioso di colei che ha osato immaginare un mondo sì distopico ma a tratti così spaventosamente simile all’attualità del nostro, sia degna di essere aggiunta nella lista dei prodotti per il piccolo schermo da tenere in considerazione.
Anche se il focus dello show restano le vicende che vedono coinvolte le giovani donne di Gilead, alle prese con madri invadenti e controllanti, padri discutibili, figure di riferimento che nulla possono realmente per la loro condizione misera, e, non da meno, con quel mostro che comunemente chiamiamo fase adolescenziale, lo script riesce a fare breccia per il suo essere in grado di aprire spazi di riflessione più profonda sulla condizione della donna, in primis, ma anche sull’altro mostro che muove le nostre gesta quotidiane, con il lasciapassare di troppi e troppe: le regole non scritte ma imperanti del patriarcato.
Voto: 8/10
