La nuova incredibile primavera dell’horror è destinata a continuare?

Quello dell’horror è un genere da sempre esplorato dalla Settima Arte, capace, in questo senso, di costruire suggestioni e rappresentare lo scenario perfetto per racconti metaforici e narrazioni in cui le atmosfere possano diventare protagoniste assolute, coinvolgendo il pubblico.

Dopo un periodo in cui l’attitudine autoriale dell’horror aveva ceduto il passo a una più superficiale e votata alla semplice (per quanto in molti casi riuscita e dignitosa) ricerca di uno schema per intrattenere e spaventare, privo di ambizioni più alte rispetto a quella di ottenere un buon risultato al box office, da qualche anno la tendenza sembra essersi invertita grazie a registi e sceneggiatori desiderosi di tornare a sottintendere e bravissimi nel considerare l’horror come qualcosa di più profondo rispetto al mettere in scena una sequela di jumpscare.

Questa nuova primavera ha già consacrato al successo e all’acclamazione degli spettatori e della critica filmmaker che, al contrario di quanto capitato troppe volte, non sembra abbiano intenzione di utilizzare il genere come trampolino di lancio ma che piuttosto appaiano realmente affascinati dalla possibilità di portare sullo schermo mondi più o meno fantastici attraverso cui esplorare le diverse forma della paura e del terrore.

La discussione che, da appassionati, vogliamo approfondire oggi, si concentra sull’analizzare questa sorta di Golden Age (anche tornando indietro per ricordare i fasti del passato e per avere un metro di paragone con il presente) e sul cercare di capire se il sole possa continuare a splendere e a dare vita a opere ancora più importanti o se il punto più alto sia già stato toccato.

Horror
Golden Age dell'horror
Storia dell'horror
Eggers
Cinema

Breve storia dell’horror cinematografico

I primi terrori sullo schermo

Come già accennato, il racconto gotico e del terrore, dopo essere stato protagonista della letteratura della fine del diciannovesimo secolo,  ha da subito conquistato il medium cinematografico grazie a storie e personaggi dal sicuro piglio e in grado di scatenare emozioni e fascinazione.

Già agli albori della cinema, infatti, gli autori hanno presentato al proprio pubblico racconti dell’orrore che riuscivano a conquistare una nuova concretezza grazie al formato visivo e, soltanto molti anni dopo, audio-visivo.

Già nel periodo dell’espressionismo tedesco l’horror divenne protagonista dello schermo: Il Gabinetto del Dottor Caligari e Nosferatu il Vampiro sono due capolavori del cinema muto costruiti su ambientazioni cupe e immaginari tenebrosi.

Con la strada in parte spianata, gli anni trenta e quaranta del ventesimo secolo segnarono l’avvento dei mostri della Universal: Dracula, L’Uomo Lupo, Frankenstein e L’Uomo Invisibile diventarono protagonisti di un ciclo che fra alti e bassi ha avuto la forza di durare circa tre lustri, portando in scena dei veri e propri classici dell’intrattenimento.

Il ventennio successivo ha visto poi il proliferare di un nuovo concetto di orrore, meno legato alle figure della letteratura e del mito e più legato alla società, alla paura del progresso scientifico fuori controllo e alla sempre più sentita minaccia di un possibile incontro ravvicinato di carattere ostile.

Oltre all’ascesa di Alfred Hitchcock e dei suoi thriller sono da segnalare L’Esperimento del Dottor K. e L’Invasione degli Ultracorpi, mentre in Italia cominciavano a farsi largo autori che avrebbero lasciato un segno indelebile sul genere, come Mario Bava.

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L’ascesa degli anni ’70 e ’80 tra capolavori e B-movie e il lento declino del ventennio successivo

Gi anni ’70 e ’80 del 1900 hanno segnato una grande epoca d’oro dell’horror cinematografico contrassegnata da capolavori indimenticabili, dall’inizio di saghe che sarebbero durate per decenni e dal proliferare di B-movie capaci di andare oltre il semplice guilty pleasure e che hanno caratterizzato una stagione in cui gli effetti pratici del cinema artigianale hanno fatto gioire gli spettatori quanto coloro che fossero chiamati a realizzare quelle opere tanto viscerali e autentiche quanto spesso ingenue.

È in questo periodo che fanno la propria apparizione sulla scena filmmaker quali John Carpenter, Wes Craven, Tobe Hooper, George Romero (qui ricordiamo di quando il papà degli zombie e Stephen King cercarono di portare sul grande schermo L’Ombra dello Scorpione) e gli italianissimi Dario Argento e Lucio Fulci.

Fu il momento delle grandi serie slasher e di cult assoluti come L’Esorcista o come Alien, la cui importanza artistica è testimoniata, tra le altre cose, dall’incredibile lavoro di H. R. Giger nella creazione dell’immaginario del film di Ridley Scott.

I temi politici e sociali si affiancarono all’idea di terrore, metafore e messaggi vennero sviluppati attraverso l’uso di creature soprannaturali che facevano presa sul pubblico e che sapevano essere il pretesto per un cinema impegnato e a volte autoriale che non risultasse pesante.

Fu anche l’epoca dei grandi villain diventati leggende: Freddy Krueger, Michael Myers, Jason Vhoores, Chucky e Pinhead sono ancora oggi icone della cultura pop riconosciute a livello globale e dal fascino ineguagliabile.

Allo stesso tempo, come detto, l’horror divenne il territorio prediletto di registi, sceneggiatori e artisti che avessero l’intento di divertirsi e divertire e che fossero pronti a sostituire al budget la propria creatività dando vita a un filone di B-movie che non rinunciavano alla dignità e che col tempo si sono ritagliati uno spazio importante nei cuori e nelle teste degli appassionati.

Fu in particolare durante l’epoca degli yuppie che il cinema dell’orrore attraversò questa fase peculiare in cui tutto ciò che lo riguardasse sembrava trasformarsi in oro: di fianco a capolavori come La Cosa, Essi Vivono, Nightmare e Shining, l’horror ebbe la forza di mostrarsi in abiti più poveri senza perdere la propria espressività: perle come Re-Animator e From Beyond continuano a essere guardati e amati dopo quasi mezzo secolo; Allo stesso modo, La Casa, a dispetto dell’enorme successo e dello status acquisito in seguito, fu prodotto in maniera assolutamente artigianale e potendo contare soltanto sul concept, sulla genialità registica di Sam Raimi e sul carisma di Bruce Campbell.

Questo splendore non era però destinato a durare a lungo: gli anni ’90 del 1900 e il primo decennio del ventunesimo secolo fecero da sfondo a un lento ma inesorabile declino di un genere approdato definitivamente all’attenzione della grande massa e spremuto fino al peggiore dei modi dall’industria cinematografica.

Per quanto la saga di Scream abbia saputo dare una nuova linfa al vecchio concetto di slasher giocando proprio con i cliché tipici del sottogenere e facendo dell’autoironia un proprio grandissimo punto di forza, gli ultimi anni del millennio hanno svuotato il giocattolo del senso di ribellione che aveva provato ad assumere e di tutti i significati politici e sociali di cui si era vestito con fatica e in cui aveva trovato grandezza.

Ovviamente non tutto quello che sia stato prodotto alla fine del secolo è da buttare: Il Seme della Follia, di Carpenter, risale al 1994, Cube al 1997 e The Blair Witch Project al 1999, ma è probabile che sulla scia degli anni ’80 si fosse pensato che bastasse prendere un racconto di Stephen King o di Lovecraft per tirarne fuori un film di culto (e possiamo dire con certezza che non tutte le trasposizioni dal Re di quel periodo siano state del livello di Misery).

Alla stessa maniera la decade del 2000 ha generato 28 Giorni Dopo, la saga di Saw e la trilogia di Hostel di Eli Roth (questi ultimi due emblematici della tendenza del torture porn) e quella magnifica interpretazione del road movie che è La Casa del Diavolo, che vale il prezzo del biglietto già soltanto per il finale. 

Buone notizie furono comunque da registrare anche nell’ambito del piccolo schermo: X-Files, Twin Peaks, Dexter e Masters of Horror, quattro produzioni completamente diverse e appartenenti a momenti lontani di questi vent’anni meno brillanti, hanno portato l’orrore in nuovi formati facendo in qualche modo da apripista per le serie e miniserie dei giorni nostri e riuscendo là dove il cinema stava, almeno in parte, fallendo.

In generale, tra il 1990 e il 2010, la deriva commerciale e l’assenza di un vero spirito affossarono la considerazione da parte della critica e del pubblico più esigente facendo fare al movimento un enorme passo indietro e riportando l’horror a quei momenti bui in cui persino la letteratura di Stephen King veniva considerata come qualcosa di inferiore e non meritevole di troppa considerazione.

Una nuova Golden Age dell’horror

Robert Eggers, Jordan Peele e la nuova generazione di fenomeni

La notte si fa più buia poco prima dell’alba: l’oscurità fatta di jumpscare, mostri digitali privi di spessore e violenza fine a se stessa cominciò a rischiararsi già nei primi anni del secondo decennio del ventunesimo secolo.

Come per un incanto, sceneggiatori e registi, in gran parte cresciuti con i capolavori della prima età dell’oro, trovarono nuovamente l’ispirazione per rendere l’horror cinematografico autoriale, intenso e memorabile.

Partendo dal divertentissimo Quella Casa nel Bosco, scritto da Joss Whedon e Drew Goddard e che fa della metanarrazione e del citazionismo dei clichè orrorifici il suo punto di forza, e continuando con Babadook e Creep, la nuova generazione di maestri dell’horror cominciò a farsi largo con prepotenza.

L’esordio di Robert Eggers, The Witch, è visivamente straordinario, terribilmente inquietante e tutt’altro che scontato per quanto riguardi i temi celati al suo interno; Hereditary, anche in questo caso primo film di Ari Aster, mescola il dramma familiare all’incubo; e quindi Scappa – Get Out con cui Jordan Peele ci ha portati in una dimensione dell’idea di razzismo originale e sorprendente.

E poi A Quiet Place, The Lighthouse, Midsommar, Noi: tutte opere che hanno saputo centrare il bersaglio e che hanno dimostrato ancora una volta che si può trattare l’horror in maniera seria e che si possono ricevere attenzioni positive da parte dei critici continuando a intrattenere il pubblico.

Tutti autori, quelli citati attraverso i propri lungometraggi, dotati di un proprio stile e di una propria visione, che hanno deciso di puntare sulla sostanza piuttosto che sull’appeal facile e che hanno cercato di reinventare il genere senza scimmiottare le produzioni del passato ma comprendendo l’essenza di cui fossero fatte.

In questo senso, sia il lavoro di Peele, certamente più politico e diretto, quanto quello di Eggers, più affascinato dalla componente artistica e visiva, sanno essere del tutto originali e pensati per un pubblico contemporaneo, alla ricerca di estetica e contenuto e più smaliziato di quello appartenente all’epoca passata.

Forse proprio in questo risiede la grandezza di un rinascimento che non ha mai puntato a riportare in auge quanto a ricostruire da zero, togliendosi dalle spalle il peso di macerie dall’odore ormai stantio e polveroso.

Gli anni ’20, che ancora stiamo vivendo in pieno, hanno riservato e stanno continuando a riservare ulteriori nuove sorprese e il consolidamento di una primavera che si è lasciata indietro con un soffio di vento il gelo dell’inverno e che ha permesso all’horror di superare le etichette e di essere approcciato a tutto tondo come un’espressione artistica e intellettuale.

La trilogia di X di Ti West, The Substance, l’incredibile ascesa sulla scena di Zach Cregger con i suoi Barbarian e Weapons e lo straordinario trionfo alla cerimonia degli Oscar 2026 di I Peccatori rappresentano il coronamento di un percorso lungo una decina d’anni e passato attraverso fasi diverse e approcci al genere eterogenei.

Se Ti West ha attinto dall’idea di slasher per costruire una saga in cui vengono analizzati l’universo cinematografico e il ruolo delle donne nella nostra società e il film diretto da Coralie Fargeat e con protagonista Demi Moore attinge a piene mani dal più classico dei body horror anni ’80 per esporre l’ossessione della nostra società e del mondo dello spettacolo per l’aspetto esteriore, con Zach Cregger la paura assume una forma completamente nuova che ipnotizza e a tratti confonde.

Discorso ancora diverso per I Peccatori di Ryan Coogler: con il film horror interpretato da Michael B. Jordan l’orrore assume significati ancora più sottili e complessi (tanto da far venire voglia di espandere il nostro glossario)  da paragonare al lavoro fatto da Romero con il suo ciclo, il tutto condito da una realizzazione tecnica da film d’autore e un ritmo da blockbuster.

A tutti gli effetti un momento straordinario da vivere per gli appassionati e un’occasione d’oro per il movimento cinematografico di esplorare un linguaggio ricco di sfaccettature e che, se affrontato nel giusto modo, può fornire chiavi di lettura inedite della nostra complessa società.

Il ruolo delle nuove dinamiche audiovisive per l’horror e per l’industria

Come anticipato nel nostro accenno a X-Files e Twin Peaks, le serie tv, specie dopo l’avvento dello streaming hanno cominciato ad avere un ruolo sempre più centrale nelle produzioni di alto livello, con l’horror che non fa in questo senso eccezione.

Basterebbe pensare al successo ottenuto da show storici come American Horror Story, con la sua struttura antologica, o a miniserie eccezionali dal punto di vista tecnico e narrativo come Midnight Mass e The Haunting of Hill House, entrambe di Mike Flanagan.

Il formato televisivo a episodi ha permesso di costruire trame e storie più profonde e complesse così come ha facilitato la trasposizione di romanzi troppo lunghi e ricchi di dettagli per essere adattati in due ore o due ore e mezza di film.

La crescita di questo formato ha permesso di sperimentare e di poter toccare con mano il talento e la capacità di filmmaker ancora meno affermati e ha concesso aria fresca per sviluppare idee in maniera differente e seguendo altri standard.

Similmente, l’esplosione di YouTube e di altre piattaforme su cui caricare video ha offerto la possibilità di democratizzare la pubblicazione di cortometraggi o di opere più o meno autoprodotte.

Gli esempi di Curry Barker, regista di Obsession e di Dylan Clark, contattato per dirigere il remake di The Blair Witch Project (qui vi abbiamo mostrato uno dei suoi corti, Catcher, recensendolo), dimostrano come la vetrina della Rete possa rappresentare un trampolino di lancio impensabile solo fino a qualche anno fa, trasformando il mercato e la proposta in modo radicale e strutturando un panorama completamente nuovo rispetto alle dinamiche del passato.

Questi due elementi hanno probabilmente contribuito (e di sicuro lo faranno sempre di più) in maniera significativa (per quanto i grandi nomi che abbiamo fatto non derivino da questi mondi) nell’aiutare a trovare nuove idee e nel costringere sceneggiatori, registi e major a trovare strade alternative all’usato sicuro.

E ancora, negli ultimi vent’anni si è vista una crescita nella qualità e nell’utilizzo dell’animazione che ha ridisegnato completamente le scelte tecniche e che ha ampliato ulteriormente l’orizzonte dando modo di lavorare su progetti altrimenti impossibili e riducendo, almeno relativamente, il budget necessario per realizzare alcune produzioni.

Queste novità nei formati hanno riguardato naturalmente tutto il comparto cinematografico e non soltanto l’horror (fantascienza e fantasy sono altri due generi molto interessati, come dimostrano le serie tv basate su Il Signore degli Anelli o la prima stagione di The Mighty Nein distribuita su Prime Video) e nascono anche e principalmente dalla nuova dignità che i cartoni animati hanno trovato, al pari di quanto accaduto nella letteratura con i fumetti.

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Con il trionfo di I Peccatori agli Oscar si è arrivati all’apice?

La domanda resta comunque aperta: con l’incredibile successo alla cerimonia degli Academy Awards ottenuto da I Peccatori, si è toccato il punto più alto e fiorente di questa stagione da sogno o c’è ancora margine di crescita per il futuro prossimo dell’horror?

Nel 2025 oltre ai già citati Weapons e I Peccatori, sono usciti HIM (non male, nonostante le recensioni negative), Companion, il Frankenstein di del Toro, La Lunga Marcia e la prima parte di 28 Anni Dopo, sequel dello zombie movie firmato Danny Boyle.

Anche il 2026 è partito all’insegna del cinema da brivido con il ritorno sulla scena di Sam Raimi, che con il suo Send Help è stato ancora una volta bravissimo nel fondere registri narrativi utilizzando il suo stile inconfondibile, Finchè Morte non ci Separi 2 e Obsession.

In attesa di poter vedere Return to Silent Hill e Werwulf, dunque, pare che la striscia positiva non si sia ancora esaurita, con i dovuti passi falsi del caso (vedasi Scream 7, certamente meno efficace dei due precedenti capitoli e non all’altezza della saga).

La questione sembrerebbe vertere, come sempre, su quanto si deciderà di spremere il frutto e su quanto si giocherà sulle tendenze momentanee e sulla proposizione di cloni di cloni, manovra che spesso si è rivelata un vero cancro per la qualità.

Perché l’horror si è rinnovato, è cambiato: e in questo cambiamento stanno le fondamenta, cementate dalla critica sociale e dalla capacità di fare dell’ottimo cinema anche a livello tecnico, di tutto il buono a cui stiamo assistendo.

Di positivo c’è che sembra che gli schemi narrativi e stilistici dei Nuovi Maestri appaiano difficilmente replicabili in assenza di sceneggiature adeguate e di comparti tecnici al di sopra della media; d’altro canto per mantenere il livello alto c’è bisogno di buone idee e sappiamo bene come le buone idee siano rare e quanto sia più facile farsi tentare dalla possibilità di contratti milionari legati a film che vengano costruiti per sfruttare nomi e reputazioni (e franchise conosciuti) e che abbiano basi poco solide o costringano a un lavoro utile più a portare gente nelle sale che a far esprimere gli autori.

La bravura di questi ultimi nel mantenere il timone diritto e l’energia con la quale si impegneranno nel braccio di ferro con gli studi cinematografici saranno le due cartine tornasole che ci indicheranno cosa potrà riservarci il futuro.

In conclusione, non possiamo sapere con certezza quanto la vena creativa legata all’orrore potrà durare, ma di sicuro sappiamo che i filmmaker che stanno dando vita a questo percorso hanno finora sbagliato poco o niente e che le sirene del compromesso per raggiungere il grande successo commerciale sembrano non aver ancora intaccato le loro armature fatte di ragnatele e catene cigolanti.

E poi sono giovani, appassionati, affamati.

Werwulf di Eggers è già in arrivo nei prossimi mesi al pari del Resident Evil di Cregger e all’adattamento del Canto di Natale in salsa horror di Ti West, mentre ci sarà ancora da aspettare per il quarto film di Peele e per la trasposizione seriale della saga de La Torre Nera targata Mike Flanagan.

Da fan del cinema (e più in generale, di qualsiasi tipo di narrazione) e da appassionati di quello che l’horror può dare in termini di struttura del racconto e di metafore, non possiamo che sperare per il meglio preparandoci al peggio per non rimanere troppo delusi da quello che potrebbe essere e rimanendo comunque consapevoli che le storie del terrore continueranno a evolvere, a rimanere rilevanti, ad affascinare autori e pubblico, nonostante gli anni e i cambiamenti.

E aspettando il prossimo Lovecraft, il nuovo Romero, l’erede di Carpenter (sempre che non siano già tra noi), non dobbiamo dimenticare di godere del calore del sole in formato luna piena a cui ululare mentre ci trasformiamo per gioco e per poter ringhiare, anche solo attraverso la storia raccontata su uno schermo, a tutte le storture e a tutti gli orrori veri del nostro mondo e della nostra società.

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